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10 Febbraio 2026
Zdeněk Zeman
Praga, 12 maggio 1947. Zdeněk Zeman nasce in una città di guglie e di nebbie, nel cuore di un’Europa che da lì a poco avrebbe conosciuto il peso della storia. Ma il suo destino non si compie tra le strade della Moldava; si compie lungo una linea di gesso bianco, sotto il sole dell'Italia. Arriva a Palermo nel 1968, in un anno che ovunque significa rivoluzione. E lui, a modo suo, la rivoluzione la porta davvero: non con i gridi di piazza, ma con il silenzio, il lavoro e un’idea di calcio che non ammette passi indietro.
La riga laterale, il vento, una voce che non concede tregua
Allo Stadio Pino Zaccheria certe domeniche hanno un suono riconoscibile: ferraglia, gradoni, un brusio che diventa comando collettivo. Piove a tratti, o sembra piovere anche quando non piove: è l’umidità che ti resta sulle maniche e sulle decisioni. E lungo la linea, quasi sempre nello stesso punto, c’è un uomo che non alza mai la scena—la accende. Due passi, uno sguardo, una mano che indica un corridoio e non un’idea astratta.
Il resto è corsa. E fatica ripetuta fino a farla sembrare naturale. Zeman non allena solo i muscoli; allena la convinzione che il campo non finisca dove finisce l’erba, ma dove arriva il coraggio di chi attacca.
Foggia 1990–91: La promozione dei numeri giusti
La stagione 1990–91 è quella in cui il Foggia non si limita a salire in Serie A: cambia la velocità del campionato italiano. Il dato che resta scolpito è netto: 67 reti in Serie B, il miglior attacco del torneo. Non era un gioco, era una sentenza.
Dentro quel numero ci sono tre firme che diventano un’ossessione per le difese avversarie. Non è nostalgia, è struttura: Francesco Baiano (22 gol), Roberto Rambaudi (15 gol), Giuseppe Signori (11 gol). Tre conteggi diversi, lo stesso effetto: la sensazione che, quando il pallone passava la metà campo, stesse già iniziando qualcosa di inevitabile. Quel tridente non era una semplice disposizione tattica, era una promessa mantenuta ogni maledetta domenica.
1991–92: Il pareggio più strano del mondo
In Serie A, il primo anno di "Zemanlandia" è una frase detta senza bisogno di aggettivi: 9° posto finale. Ma è la statistica dei gol a lasciare a bocca aperta: 58 gol fatti e 58 gol subiti.
È un pareggio numerico che non ha nulla di prudente. Sembra un bilancio contabile, invece è un patto d’onore con il pubblico: attaccare sempre, anche a costo di pagare pegno in difesa. In quel saldo zero c’è la sincerità del gesto tecnico. La squadra non negozia la propria identità per un punto in più; la ripete, la ostenta, la rende spettacolo. La provincia non chiede permesso, si prende la scena con la forza della propria bellezza.
Una grammatica semplice: 4-3-3 e ripetizione
Il punto centrale di Zeman non è "attaccare": quello lo dicono in tanti. Il punto è la ripetizione. L’idea che un movimento, se rifatto cento volte in allenamento, diventi una certezza anche quando l’aria si fa pesante e le gambe chiedono tregua. La sua è una geometria essenziale: profondità, sovrapposizioni, tagli. Un calcio che pretende coerenza prima ancora che talento.
Il tridente Baiano-Rambaudi-Signori rendeva il campo più grande: Baiano dava la profondità, Signori portava quel sinistro che arrivava sempre mezzo secondo prima, Rambaudi era l’ala che teneva in piedi l’equilibrio, aprendo le difese come scatole di latta. 22-15-11: non erano slogan, erano le prove balistiche di una rivoluzione.

«Il calcio deve uscire dalle farmacie»
«Il calcio deve uscire dalle farmacie». Zeman non è stato solo un uomo di campo. Nel 1998 pronuncia una frase che spacca in due il mondo dello sport italiano. È il momento in cui l’allenatore smette di parlare solo di 4-3-3 e diventa la coscienza critica di un’epoca. Un uomo che, volente o nolente, ha sempre preferito la scomodità della verità alla comodità del silenzio compiacente.
Pescara 2011–12: La fame non ha età
Il tempo passa, le panchine cambiano, eppure l’identità resta intatta. Nel 2011–12, a Pescara, il mondo rivede lo stesso spartito: promozione in Serie A e una cifra che fa rumore per conto suo: 90 gol in campionato. Cambiano i volti: Insigne, Immobile, Verratti, non cambia il ritmo. È la dimostrazione che l’idea di Zeman è universale e senza tempo: se corri più degli altri e guardi sempre avanti, la bellezza arriva.
Chiusura
Alla fine, il segno di Zdeněk Zeman non sta in un trofeo alzato o in una medaglia. Sta in quella sensazione che torna uguale ogni volta che una sua squadra scende in campo: la palla che passa la metà campo e la tribuna che si sporge, come se sapesse già che da lì in poi non si può più stare fermi.
E se qualcuno, al bar dello Zaccheria o dell'Adriatico, deve chiudere il racconto in una sola frase, di solito non cerca metafore: «Con lui, almeno, si andava avanti».
ZDENĚK ZEMAN
67 Gol in B | 58-58 in A | Il Maestro di Zemanlandia