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L’Orizzonte Verticale: Giacinto Facchetti e la geometria della lealtà

Il ritratto dell’uomo che ha inventato il futuro del calcio partendo dalla difesa, trasformando la fascia in una retta infinita e la maglia numero 3 in un’icona sacra e irripetibile

Giacinto Facchetti

Giacinto Facchetti

Treviglio, 18 luglio 1942.

Giacinto Facchetti nasce nella pianura bergamasca, in una terra di nebbie e di silenzi che forgia uomini di poche parole e schiene dritte. Quando arriva a Milano, sponda nerazzurra, porta con sé la statura di un gigante e la timidezza di chi sa che il rispetto non si chiede, ma si guadagna un metro alla volta. Non entra nel calcio per farne un palcoscenico, ma per tracciare una linea. Una linea retta, ostinata, che avrebbe cambiato per sempre il modo di intendere il mestiere del difensore.

Il corridoio sulla fascia

A San Siro, quando l’erba è lucida di pioggia e la tribuna ha quella fretta nervosa che precede le grandi battaglie, il campo sembra improvvisamente più stretto. Poi c’è chi lo allarga da solo: due falcate, una progressione che sembra non avere fine, e l’idea — semplice ma allora rivoluzionaria — che un terzino possa arrivare dove di solito arrivano solo gli attaccanti.

Giacinto non correva per scappare, correva per occupare lo spazio. Le sue falcate non erano un’immagine moderna messa in un film vecchio: erano l'intuizione che avrebbe cambiato il gioco. In un'epoca in cui il difensore "stava" a guardia della propria area, lui andava. Sempre. Trasformando la sua fascia in un corridoio preferenziale verso la porta avversaria.

Diciotto anni: Una squadra come destino

Con l’Inter resta diciotto anni, dal 1960 al 1978. È una fedeltà che non ha bisogno di aggettivi: o ce l’hai o non ce l’hai. I numeri, qui, non sono decorazione, sono sostanza: 476 presenze e 59 gol in campionato. Cinquantanove reti per un terzino, in un calcio spietatamente tattico, sono il segno di una superiorità fisica e tecnica che non cercava il colpo di genio, ma la costanza della presenza.

Dentro la "Grande Inter" di Helenio Herrera, Facchetti diventa il pezzo più sorprendente del meccanismo. In bacheca arrivano quattro scudetti, una Coppa Italia, due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali. Ma più dei trofei, a pesare è la sua postura: quando Giacinto partiva palla al piede, non sembrava mai "fuori ruolo". Sembrava che il ruolo originale fosse semplicemente troppo piccolo per la sua grandezza.

Azzurro: Il capitano che non recita

Con la Nazionale mette insieme 94 presenze, diventandone la colonna portante per anni. E poi c’è il 1968: l’Italia è campione d’Europa e lui è lì, a ricevere la coppa con la fascia di capitano al braccio. In quel tipo di partite, la fascia non è un simbolo estetico: è un peso che schiaccia chi non ha spalle abbastanza larghe. Facchetti la portava come si portano le cose serie, con la naturalezza di chi sa che l'onore di rappresentare un Paese non è uno spettacolo, ma una responsabilità silenziosa.

Era il "Cipelletti", come lo chiamava affettuosamente Brera, il "Beau Geste" di un calcio che stava diventando industria ma che in lui conservava ancora l'eleganza del cavaliere antico. Mai una parola fuori posto, mai un gesto violento. Giacinto era l'ordine in un mondo di caos.

La maglia numero 3: Il modo migliore di dire "basta"

Ci sono club che celebrano i propri campioni e club che decidono di fissarli per l'eternità. L’Inter, dopo la sua scomparsa, ha scelto di ritirare la maglia numero 3. È un gesto che non serve a commuovere i posteri, ma a chiudere una porta alle repliche. Perché certe maglie non si ereditano: si possono solo ricordare, come si ricorda un orizzonte che non si riesce più a raggiungere.

L'ultimo capitolo della sua storia lo scrive dietro una scrivania, rimanendo dentro la società fino alla presidenza, tra il 2004 e il 2006. Un finale coerente: stesso posto, stessi colori, stesso senso di appartenenza totale. Giacinto si è spento a Milano il 4 settembre 2006, rimanendo fedele a quell'unico patto stretto quasi cinquant'anni prima.

Chiusura

Se chiedi di Giacinto Facchetti a chi l’ha visto correre davvero lungo quel corridoio di San Siro, non ti risponderà parlandoti di "classe". Ti risponderà con il racconto di una traiettoria: «Partiva dietro e arrivava davanti».

E in mezzo — in quel pezzo di campo che di solito è terra di nessuno — ci ha lasciato un’idea di lealtà e di eleganza che non si è più tolta dalle domeniche del calcio italiano. Un vuoto che ha la forma di una maglia numero 3, tesa al vento in una corsa che non finisce mai.

GIACINTO FACCHETTI

476 Presenze in A | 59 Gol | La Maglia Numero 3 RitirataSan Siro milano

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