Cerca

trendy news

L’ala che parlava al mare: Bruno Conti e la danza sulla fascia destra

Il ritratto del ragazzo di Nettuno che ha trasformato il dribbling in una promessa di felicità, diventando il respiro instancabile di una Roma scudettata e l’orgoglio di un’Italia mondiale

L’ala che parlava al mare: Bruno Conti e la danza sulla fascia destra

Nettuno, 13 marzo 1955.

Bruno Conti nasce dove l’odore della salsedine si mescola a quello della polvere dei campi di provincia. Nettuno non è solo un punto sulla mappa; è un luogo che ti educa alla sfida presto, tra il baseball e il calcio, tra il rumore delle onde e quello della gente che lavora. È una terra di mare che ti insegna a non avere paura del vento e a capire che lo spazio, se non c’è, te lo devi inventare. Bruno parte da lì, con un fisico che sembra troppo leggero per le battaglie dei grandi, ma con una velocità di pensiero che lo rende, fin da subito, imprendibile.

La fascia, la sabbia e l’attesa dell’Olimpico

Stadio Olimpico il vento entra spesso di traverso, sporca le traiettorie e innervosisce i pensieri. Ma quando la palla arriva sulla destra, la tribuna cambia voce: fa quel verso unico, un misto di ansia e desiderio, perché sa che sta per iniziare la musica. Bruno prende una rincorsa corta, quasi da cortile, un tocco rapido, poi un altro. Il difensore crede di averlo portato dove voleva, lo chiude verso la linea, e invece no: gli ha solo acceso la miccia.

Quello spazio sulla fascia non è mai grande, ma diventa immenso quando lo attraversi con la leggerezza di chi sa danzare sulla sabbia. Per Conti, il dribbling non era un atto di vanità, ma una necessità logica per liberare il compagno o cercare la porta. Non saltava l’uomo per umiliarlo, lo saltava per accendere la luce.

La Roma come lingua madre e il passaggio a Genova

Con la Roma non vive una semplice parentesi, ma una vita intera. Dal 1973 al 1991 la maglia giallorossa diventa la sua pelle, un patto di fedeltà interrotto solo da due stagioni lontano, in prestito. Quegli anni al Genoa non sono stati un giro turistico, ma la gavetta dura che ti rimette a fuoco. In Liguria, Bruno impara a diventare uomo, a togliere gli orpelli e a lasciare solo l'essenziale del gioco.

Quando torna nella Capitale, non è solo un calciatore più pronto: è diventato imprescindibile. Il dato che resta scolpito nell'anagrafe del cuore romanista è chiaro: 402 presenze e 47 gol. Ma i numeri, qui, non dicono tutto. Non raccontano i cross al bacio per Pruzzo, i recuperi infiniti e quella capacità di restare nell'ombra per lasciare che fosse la squadra a brillare.

1982: Quando la fantasia si fece Mondiale

Poi arriva l’estate che gli appende la vita addosso come una medaglia che non peserà mai: Spagna ’82. Il torneo che cambia l’umore di un Paese e la memoria di una generazione intera. In quella spedizione azzurra, Conti non è solo un’ala: è l’anima creativa. Pelé, vedendolo giocare, lo definirà il miglior calciatore del mondo, coniando per lui il soprannome definitivo: "Marazico".

Con la Nazionale mette insieme 47 presenze e 5 reti, ma quel titolo mondiale vinto al Bernabéu non lo mette semplicemente in bacheca: lo mette in ogni conversazione, perché il suo nome torna fuori ogni volta che qualcuno prova a spiegare cosa significhi essere decisivi senza fare rumore fuori dal campo.

Lo Scudetto e la differenza tra vincere e restare

Con la Roma vince lo scudetto 1982-83 e quattro Coppe Italia, riportando il tricolore in una città che lo aspettava da quarant'anni. Ma più dei trofei, resta l’impressione che ha lasciato sul prato: quella di un giocatore che non ti faceva sognare a parole, ma ti costringeva a guardare. Sapeva scegliere il momento esatto in cui accelerare e quello in cui fermarsi, portando la saggezza del pescatore dentro il rettangolo verde.

Finito di correre sulla fascia, Bruno non è scomparso. È rimasto dentro il club, lavorando dietro le quinte del settore giovanile, crescendo generazioni di ragazzi con la stessa passione con cui lui inseguiva il pallone a Nettuno. Ha guidato la prima squadra in un momento difficile e poi è tornato nel silenzio del lavoro quotidiano, dove si costruiscono gli uomini prima dei titoli.

Se oggi nomini Bruno Conti a Roma, la gente non ti risponderà con una statistica. Ti risponderà con un’immagine: una corsa lunga sulla destra sotto il sole di maggio, un avversario che arretra disorientato e la tribuna che esplode ancora prima che la palla entri.

È l'eredità di un ragazzo che non ha mai tradito le proprie radici e che ha trasformato la sua fascia in un orizzonte infinito. Perché, come dice ancora oggi chi ha avuto la fortuna di vederlo dal vivo: "Quando partiva, o lo fermavi subito... o non lo fermavi più".

BRUNO CONTI

402 Presenze in Giallorosso | Campione del Mondo 1982 | Il Marazico di Nettuno

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Sprint e Sport

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter