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Kawasaki: il sibilo della linea di gesso

Il ritratto di Francesco Rocca, l’uomo che ha riscritto le leggi della fascia portando il futuro all’Olimpico, prima che il corpo decidesse di fermare il motore

Kawasaki: Il sibilo della linea di gesso

Milano, 25 marzo 1973.

Uno stadio che ha già visto tutto si prepara a vedere l’inedito. Il prato di San Siro è un tappeto di storia calpestato dai giganti, ma quel pomeriggio l’attenzione si sposta su un debuttante di diciannove anni. Il tabellino segnerà Milan-Roma 3-1, ma la cronaca del risultato è solo polvere davanti alla nascita di un’eccezione. Francesco Rocca occupa la corsia di destra come se non conoscesse la gerarchia del calcio italiano, fatto di attese e timidezze. Non corre per coprire un buco. Corre per aggredire il vuoto. Entra in campo senza bussare, trasformando la fascia in un corridoio verticale. È l’inizio di una mutazione genetica del terzino: il guardiano che si fa incursore.

La meccanica del sorpasso

Negli anni Settanta, il calcio italiano è un sistema di stazioni fisse. Il terzino è un carceriere: deve stare vicino all’ala avversaria, toglierle il respiro, restare ancorato alla propria metà campo. Rocca rompe il patto. Lui va. Le cronache dell’epoca, spiazzate da quella prepotenza fisica, smettono di cercare paragoni calcistici e ripiegano su una marca di moto: Kawasaki.

Non è un’iperbole poetica. È una constatazione tecnica. C’è qualcosa di meccanico nella sua progressione, un rapporto di compressione tra muscolo e ossigeno che sembra ignorare l’attrito dell’erba. Mentre il calcio del tempo procede a giri bassi, lui entra in coppia. Francesco non dribbla per estetica o per sberleffo. Lo fa per guadagno territoriale, con la spietatezza di chi deve conquistare metri al nemico. Un controllo orientato. Due falcate che mangiano il prato. Il corpo che si inclina per sfidare la forza centrifuga. In tribuna, il pubblico smette di guardare la palla e comincia a guardare la scia. Rocca è un’uscita d’emergenza verso l’attacco, un errore programmato nel sistema difensivo che sposta il baricentro di un’intera squadra.

Il limite della fibra

Roma, 19 ottobre 1976. Il sole d’ottobre è ancora caldo, illumina un allenamento che dovrebbe scivolare via tra schemi e sudore ordinario. Poi, un rumore secco. Non è un urto, è un cedimento strutturale interno. Il ginocchio di Rocca cede sotto il peso di una velocità che la biologia non riesce più a contenere. Non è sfortuna: è l’usura del metallo portato sistematicamente oltre i giri consentiti dal manuale. In quel preciso istante, la sua carriera smette di essere un’ascesa continua e diventa un corpo a corpo con la medicina di un’epoca ancora analogica.

Inizia un calvario fatto di gessi pesanti che sanno di ospedale e riabilitazioni estenuanti che sanno di officina. La chirurgia degli anni Settanta è un’arte pionieristica, fatta di tagli profondi e speranze fragili. Rocca prova a tornare. Lo fa con la stessa ostinazione con cui puntava la bandierina del calcio d’angolo: a testa bassa, contro il vento. Ma il corpo ha una sua memoria politica e non accetta più i compromessi. Ogni ritorno è un tentativo di ingannare il dolore, una sfida lanciata a un’articolazione che ha già dato tutto. Si ferma definitivamente a ventisei anni, l’età in cui un atleta dovrebbe iniziare a fiorire. Un’interruzione di sistema che lascia il calcio italiano orfano di un prototipo unico.

La densità del numero 173

Le statistiche riportano 141 presenze in Serie A e 173 complessive con la maglia della Roma. I database moderni, abituati a carriere da ottocento partite, archiviano questi numeri in un comparto neutro, quasi minore. Ma i numeri, se non interpretati, sono un frigorifero che congela la verità del gesto. Per Roma, quel 173 non è una quantità. È una densità sentimentale.

Sono presenze che pesano il triplo, perché ottenute strappando ogni singolo minuto a una sentenza medica già scritta. Due Coppe Italia in bacheca non sono trofei, sono il resto di un investimento totale di sé. Anche l’azzurro della Nazionale, con 18 gettoni e un gol, non va letto come un dato statistico. Bearzot lo considerava il pilastro su cui costruire la difesa del futuro, l'uomo capace di dare all'Italia una dimensione europea. La sua assenza dai Mondiali del 1978 e del 1982 non è stata solo una sfortuna personale, ma una lacuna tattica dell'intero movimento. Rocca era il terzino moderno in un Paese che stava ancora cercando di capire come uscire dal catenaccio.

L’eredità del binario

Rocca non ha cercato la santità laica attraverso il lamento. È rimasto nel calcio con la durezza di chi ha imparato tutto dal silenzio delle cliniche. Come allenatore delle giovanili azzurre, ha trasferito ai suoi ragazzi lo stesso rigore quasi religioso: la puntualità, il sacrificio, il disprezzo per l'alibi. Per lui, il calcio non è mai stato una sfilata sotto i riflettori, ma un atto di resistenza fisica.

Se oggi cercate una sua immagine, non la troverete nei database digitali ad alta risoluzione. La troverete in un fermo immagine sgranato degli anni Settanta, in quelle foto dove il colore tende al seppia. Una maglia giallorossa troppo pesante per il sudore, i capelli al vento e un avversario che cerca di afferrare l'aria dove lui è già passato. Al bar, i testimoni oculari di quelle corse non citano i moduli di Liedholm. Socchiudono gli occhi, imitano con la mano un movimento rapido sulla fascia e chiudono ogni discussione con una sentenza: «Sulla destra c’era un sibilo. Se partiva, non lo prendevi più. Nemmeno con le cattive».

FRANCESCO ROCCA

173 Presenze | 18 Gettoni Azzurri | "Kawasaki"

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