Lutto
16 Febbraio 2026
CITTÀ DI CAVE PRIMA CATEGORIA - Emanuele Giacchè ha accusato il malore fatale al rientro a casa dopo la trasferta in casa del Valmontone Next Gen
La porta di casa che si chiude alle spalle, le luci del campo ancora negli occhi, l’odore d’erba e pioggia che resta sulle tute. È il rientro di ogni domenica per chi vive di calcio dilettantistico. Ieri, però, in una serata qualunque di provincia, quel rientro è stato l’ultimo: Emanuele Giacchè, 44 anni, allenatore del Città di Cave (conosciuto localmente come Cavese Academy 1919), si è sentito male nella propria abitazione, poco dopo la partita in trasferta contro il Valmontone Next Gen. I soccorsi sono arrivati, ma non c’è stato nulla da fare. Una di quelle notizie che non si capiscono: si accettano, a fatica, solo perché confermate e ribadite dai canali del calcio regionale. La tragica scomparsa del tecnico è stata riportata nel tardo pomeriggio di domenica 15 febbraio 2026.
UN LEGAME VISCERALE: CAVE COME DESTINO
Per raccontare il vuoto lasciato da Giacchè bisogna tornare indietro, quando a Cave arrivò «un regista con personalità» che presto sarebbe diventato capitano, riferimento tecnico ed emotivo di una piazza capace di riconoscere a pelle i propri leader. Non era solo un centrocampista con senso della misura, ma un uomo-squadra. Le cronache locali lo descrivono come punto fermo in anni di transizione e salvezze pesanti; in una stagione particolarmente travagliata, gli toccò persino indossare, a rotazione, i panni dell’allenatore, tenendo la barra dritta in mezzo alla burrasca. Nel tempo, la sua relazione con la società biancazzurra, la realtà comunemente chiamata «Cavese» ma che nell’ultima configurazione societaria ha preso il nome di Cavese Academy 1919 e, a più riprese, Città di Cave Academy, si è stratificata: prima da giocatore, poi da guida tecnica, talvolta da «uomo di pronto intervento» quando c’era bisogno di rimettere insieme i pezzi. Quelle tessere di memoria calcistica tornano alla mente oggi, dolorose, ma preziose per capire che cosa significhi la perdita per una comunità dove lo stadio Ariola Luigi è molto più che un indirizzo.
L'ULTIMA DOMENICA: LA TRASFERTA, IL RIENTRO, IL MALORE
La ricostruzione dei fatti, per quanto è dato sapere, è semplice e crudele. Nel pomeriggio il Città di Cave disputa la gara di campionato sul campo del Valmontone Next Gen, la formazione giovanile-senior che fa capo al Valmontone 1921. Rientrato a casa, Giacchè avrebbe avvertito un malessere improvviso: un malore che non gli avrebbe concesso scampo. Ogni tentativo di rianimazione risulterà vano. Nessun dettaglio morboso, nessuna speculazione: resta una data, 15 febbraio 2026, e una constatazione che pesa come un macigno, condivisa dal circuito dell’informazione dilettantistica. In poche ore, i messaggi di cordoglio iniziano a correre tra chat, bacheche, gruppi di quartiere e pagine sportive.
IL PROFESSIONISTA DEL TERRITORIO: REGISTA, CAPITANO, ALLENATORE
1) Da calciatore, Giacchè è stato identificato a lungo come un regista con spiccato senso della posizione e carisma naturale. A Cave non era «uno dei tanti», ma un protagonista riconosciuto, tanto da indossare spesso la fascia di capitano. 2) Il passaggio alla panchina è stato quasi fisiologico: prima tappe d’emergenza durante stagioni complicate, poi incarichi stabili alla guida della prima squadra in Seconda e Prima Categoria. Nel 2020, la società lo conferma alla guida del gruppo che riparte con ambizione dopo lo stop pandemico, a sottolineare fiducia e stima attorno alla sua figura. 3) Nel 2022 e di nuovo nel 2023, tra annunci e ritorni, il suo nome resta cucito addosso alla panchina biancazzurra. «Restare qui» non era uno slogan, ma una scelta coerente con il senso di appartenenza che tutti gli riconoscevano.
UN LUTTO CHE PARLA A TUTTO IL DILETTANTISMO
La morte di un tecnico di 44 anni nel pieno della stagione mette a nudo una fragilità che il calcio di base conosce bene ma che non sempre sa raccontare: i chilometri macinati con mezzi propri, le domeniche sottratte ai figli e ai genitori, le notti spese a rivedere appunti e cambi, la doppia vita tra lavoro e campo. Quando una figura come Emanuele Giacchè viene a mancare così, all’improvviso, il cerchio che tiene insieme una squadra e una città si allenta: per un po’, tutto scricchiola. Dalla città si alza il rumore sommesso delle parole sussurrate: «proprio lui, proprio adesso». È il lutto tipico delle comunità sportive: collettivo, diffuso, poco incline ai proclami.
UNA CHIUSURA IMPOSSIBILE
Non ci sono frasi finali che reggano davanti a una scomparsa così. Ci sono, invece, dettagli da custodire: un allenatore che saluta tutti uno per uno al termine della rifinitura; un ex capitano che si ferma dieci minuti in più con i giovani della Juniores; un uomo che torna dove sa di essere nel posto giusto. Il calcio, quello vero, sopravvive di queste cose. Ed è da qui che Cave può ripartire, tenendo insieme il dolore di oggi e il lavoro di domani. Onorare Emanuele Giacchè significa ricominciare a fare ciò che lui sapeva fare: allenare il presente a diventare futuro, un passaggio alla volta.
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