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16 Febbraio 2026
Franco Cordova
Roma, Stadio Olimpico. Ottobre 1972.
Il sole scende di taglio sulle tribune in cemento, allungando le ombre dei mediani di fatica. In mezzo a loro, Franco Cordova si muove con un ritmo che appartiene a un’altra epoca. Non rincorre il pallone; aspetta che arrivi da lui, come un ospite atteso. Lo chiamano "Ciccio", ma il soprannome tradisce un’eleganza aristocratica. Controllo. Testa alta. Lancio di quaranta metri. La Roma di quegli anni non cerca solo il gol, cerca un’estetica che la distingua dal pragmatismo del Nord. Cordova è l’architetto di quella pretesa.
La ragnatela e il comando immobile
L’incontro con Nils Liedholm trasforma Cordova in una funzione geometrica. Il "Barone" svedese introduce la "ragnatela": un possesso palla ipnotico che deve stancare l’avversario prima di colpirlo. Cordova ne diventa il perno centrale. Non è un incontrista, è un depuratore di palloni. Prende il gioco sporco e lo restituisce pulito, ordinato, pronto per l’attacco.
Fascia di capitano: Indossa la fascia di capitano per quattro stagioni, dal 1972 al 1976. A Roma, quel pezzo di stoffa non è un accessorio sportivo, è un’investitura pubblica. Cordova la porta con una flemma che confina con l'indolenza, ma è la calma di chi sa di avere il controllo del tempo. In un calcio che sta diventando muscoli e velocità, lui impone il primato del pensiero.
Alleanze dinastiche: l'ombra di Marchini
La biografia di Cordova non si esaurisce nelle statistiche. Il suo status viene cementato dal matrimonio con Simona Marchini, celebrato intorno al 1970 e durato circa un decennio. È un’unione che assume i contorni di un’alleanza dinastica: lei è la figlia di Alvaro Marchini, il "Presidente partigiano" che guida la Roma tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta.
Cordova diventa il genero del Presidente, il capitano che abita la casa del potere. È un legame che lo proietta nei salotti della Roma "bene", dove il calcio si mescola alla politica. Franco non è più solo un centrocampista; è l’incarnazione di una Roma borghese e ambiziosa. Un uomo che sa muoversi con la stessa disinvoltura tra uno spogliatoio e una cena di gala.
L’estate della ripicca: il valico del Tevere
Roma, estate 1976. Il calcio analogico scopre la crudeltà del mercato. Il presidente Gaetano Anzalone decide di cederlo al Verona. Sarebbe l’approdo in una piazza solida ma lontana dalle sue radici. Ma Franco non è un uomo da compromessi. Sente la cessione come un tradimento personale, uno strappo alle sue origini romane.
Rifiuta il Verona. E per ritorsione, compie il gesto che spacca in due la città: chiede di essere ceduto alla Lazio. Non è un trasferimento, è una ripicca politica. Attraversare il Tevere significa bruciare i ponti. Cordova lo fa con gelida determinazione. Vestirà il biancoceleste per tre stagioni (85 presenze), portando il suo ordine geometrico nel campo nemico. Per la curva giallorossa è un lutto; per quella laziale, l’arrivo di un nemico che sa farsi rispettare. In quel passaggio c'è tutta l'ostinazione di un uomo che ha sempre preferito la propria volontà a ogni bandiera.
Un lampo negli anni Duemila: Marisa Laurito
Concluso il matrimonio con Simona Marchini, la cronaca mondana torna a bussare alla sua porta nel 2001. È l'anno del secondo matrimonio, quello con Marisa Laurito, dopo un fidanzamento di sette mesi. È un’unione che brilla sotto i riflettori della televisione e dei giornali, ma che si consuma con la velocità di un contropiede, terminando con il divorzio nel 2002.
È un epilogo che sembra appartenere alla frenesia degli anni Duemila, così diversi dalla solida ragnatela tattica degli esordi. Un lampo di celebrità che precede il definitivo ritiro dalle scene pubbliche, lasciando intatta l'immagine di un uomo che ha sempre vissuto la vita secondo i propri schemi, spesso imprevedibili.
Il Totonero e il tramonto del sistema
La fine del suo percorso sportivo è segnata dalla polvere dello scandalo. Nel 1980, il Totonero travolge il calcio italiano. Cordova finisce nel registro degli squalificati: un anno e due mesi di stop mentre veste la maglia dell'Avellino (5 presenze nella stagione 1979-80). È il segno dei tempi che cambiano, di un sistema che si sgretola portando con sé le icone degli anni Settanta.
Si ritira con due sole presenze in Nazionale (esordio nel 1975), un bottino che descrive perfettamente il suo limite: era troppo colto e intermittente per il pragmatismo azzurro. Cordova era un lusso, e il calcio dei risultati non sempre sa cosa farsene della bellezza che non corre.
Franco Cordova non è una figurina facile. È una discussione che Roma non ha mai chiuso. Per alcuni è stato l’elegante che non voleva sporcarsi le scarpe, per altri la mente superiore che ha dato una grammatica a un decennio di caos.
Oggi, di lui resta l’immagine di un uomo che ha saputo alzare la testa prima di ricevere il pallone, prevedendo la giocata mentre gli altri stavano ancora correndo. Resta la memoria di una fascia di capitano portata con orgoglio e poi gettata oltre il fiume per una questione di principio. Al bar, i testimoni di allora chiudono il racconto con una sentenza definitiva: "Era un barone, e i baroni non chiedono mai scusa".
FRANCO CORDOVA
212 Presenze in Giallorosso | Capitano 1972-1976 | 85 Presenze in Biancoceleste | 2 in Nazionale
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