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L’Americano che portò idee nuove anche quando la domenica era solo spinta e polvere

Il ritratto di Adolfo Baloncieri: cresciuto in Argentina, 47 presenze e 25 gol con l’Italia, acquistato dal Torino nel 1925 per 70.000 lire, e quel 14-0 del 5 febbraio 1928 con sette reti

Adolfo Baloncieri

(Foto a sinistra) Il Trio delle meraviglie: Baloncieri, Libonatti, Rossetti. (foto a destra) Baloncieri

Il soprannome che non era folclore

Lo chiamavano «l’Americano». In Italia, negli anni in cui il calcio aveva ancora il fiato corto e i campi pesavano più delle domeniche, quel soprannome non era una trovata: era un modo per dire che Adolfo Baloncieri arrivava con un’educazione diversa addosso, cresciuto in Argentina prima di diventare uno dei cervelli più luminosi del nostro anteguerra.

Alessandria: la provincia come laboratorio

Prima del Torino, prima delle foto in posa e delle cronache in grassetto, c’è l’Alessandria. Lì esordisce prestissimo: in Prima Categoria gioca già nel 1914, poi la guerra interrompe tutto e rimette il Paese in una parentesi lunga e feroce. Quando il calcio riparte, Baloncieri non riparte da zero: riparte più avanti. Più pronto.

Il 13 maggio 1920 debutta in azzurro in Italia–Olanda 1-1. È un dettaglio da archivio, ma serve a fissare una cosa: Baloncieri entra nel calcio “ufficiale” quando l’Italia sta ancora imparando a darsi un’identità in campo. Manca una grammatica condivisa. Lui sembra uno che l’ha già vista.

Torino, 1925: un prezzo da capogiro e un salto di stagione

Nel 1925 il Torino lo prende dall’Alessandria per 70.000 lire, cifra record per l’epoca. Non è solo mercato: è una dichiarazione. Se spendi così, non stai comprando un giocatore; stai comprando un’idea di calcio.

A Torino Baloncieri diventa il perno di un attacco che la memoria granata ricorda ancora con un nome che sembra inventato e invece è cronaca: il «trio delle meraviglie» con Julio Libonatti e Gino Rossetti. Non è romanticismo: è la fotografia di una squadra che, per un pezzo, dà l’impressione di poter governare la partita senza chiedere scusa.

Una retina tra i capelli, e il calcio che prova a diventare elegante

C’è un dettaglio fisico che resta attaccato a Baloncieri come un fermo immagine: l’eleganza, la figura dinoccolata, «i capelli avvolti nella retina». In un calcio che spesso era solo collisione, lui porta una forma. Non per fare il bello: per fare ordine.

E quando un giocatore porta ordine, succede una cosa strana: la gente se ne accorge anche se non sa spiegarla. Perché l’ordine, nel caos, si vede.

Scudetti: uno che resta, uno che brucia

Con il Torino arriva lo scudetto del 1927–28. E resta appeso, dietro, anche quello del 1926–27 vinto sul campo e poi revocato: un titolo che, nella memoria del club, ha la consistenza di un fantasma. Lo vedi ma non lo tocchi.

Qui non serve farla lunga: basta ricordare che Baloncieri è dentro entrambe le stagioni, quella che si celebra e quella che si discute ancora. Due anni consecutivi in cui Torino capisce di poter essere più grande della sua stessa prudenza.

5 febbraio 1928: quando una partita diventa leggenda contabile

Poi c’è una data che sembra troppo grande per essere vera: 5 febbraio 1928. Torino–Reggiana finisce 14-0. Una valanga. Una di quelle partite che, lette oggi, sembrano un errore di stampa.

Dentro quel punteggio c’è la riga che ti ferma: Baloncieri segna sette gol

Sette non sono “una giornata buona”. Sono un corto circuito del tempo: l’idea che, per novanta minuti, tutto quello che la palla tocca diventi eseguibile. E tu, anni dopo, puoi anche non ricordare com’era fatto quel pallone. Ma quel numero te lo porti dietro.

L’Italia: 47 presenze, 25 reti, e un bronzo che pesa come un inizio

In Nazionale Baloncieri chiude con 47 presenze e 25 gol. Non sono cifre decorative: in quel periodo si giocava meno, si viaggiava peggio, e ogni partita aveva un peso specifico più alto. Per questo quelle reti sembrano più dense: contengono chilometri, inverni, giorni di attesa.

E poi c’è Amsterdam, 1928: medaglia di bronzo olimpica. L’Italia, in quel torneo, smette di essere solo partecipazione e diventa qualcosa da mettere in tasca. Baloncieri è lì, dentro quel passaggio: quando l’azzurro comincia a capire che può stare nella stanza dei grandi senza entrare in punta di piedi.

Dopo: la panchina come seconda vita, senza cambiare grammatica

Quando finisce di giocare, Baloncieri resta nel calcio da allenatore. Passa per panchine importanti e diversissime tra loro: Milan, Roma, Sampdoria, Napoli, e anche esperienze in Svizzera. È una carriera lunga, quasi a dire che certi giocatori non smettono: cambiano soltanto strumento.

E in fondo è coerente: uno che ha vissuto il gioco come intelligenza in movimento, prima o poi prova a insegnarlo. A spiegarlo. A renderlo trasmissibile.

Baloncieri è uno di quei nomi che tengono insieme due Italie: quella che parte e quella che torna. La provincia che inventa campioni e poi li presta alle grandi città. Il calcio che cerca di diventare moderno senza perdere la sua ruvidezza.

E se devi dirla senza poesia, come si chiude al bancone quando il bar sta per abbassare la serranda, è questa: «Non era uno che “faceva giocate”. Era uno che faceva cambiare livello alla partita.»

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