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Il miglior portiere della serie A nel 64/65 che divenne un'ossessione collettiva

Il ritratto di Pier Luigi Pizzaballa: Coppa Italia 1963 con l’Atalanta, una presenza in Nazionale nel 1966, e quella figurina Panini del 1963–64 diventata leggenda

Pier Luigi Pizzaballa

Pier Luigi Pizzaballa

Il gradone e il rumore del ferro

C’è una pioggia leggera, di quelle che non chiedono permesso. Scivola sui gradoni, impasta i cori, rende i palloni più pesanti e i rimbalzi più cattivi. La voce dello stadio non è un commento: è una pressione costante, un fiato collettivo sulla nuca di chi sta in porta.

Il portiere, lì, non è un ruolo. È una sentenza. E Pier Luigi Pizzaballa ci è rimasto dentro come restano certe facce del calcio italiano: prima nelle cronache, poi nella memoria popolare, infine nel linguaggio. Uno di quei nomi che non si limitano a dire “chi”, ma finiscono per dire “cosa”.

Verdello prima del mito

La sua storia parte dal bergamasco vero, quello che lavora. Cresce nel giro stretto di famiglia e paese, a Verdello, con una normalità che non ha nulla di romantico: un impiego da commesso prima che il calcio diventi professione. Poi arriva il campo, e con lui quella forma di educazione fisica e mentale che certe province sanno insegnare senza proclami: resistere, ripetere, imparare l’errore.

La Dea e la data che resta

Con Atalanta BC diventa molto più di un portiere: diventa una stagione intera di fiducia. I numeri, quando sono onesti, non fanno poesia ma fanno contesto: 166 presenze in nerazzurro, spalmate tra due periodi, abbastanza per attraversare epoche e spogliatoi, e restare comunque riconoscibile.

E poi c’è una data che, per Bergamo, è quasi un santo sul calendario: 2 giugno 1963, finale di Coppa Italia. A San Siro l’Atalanta batte il Torino 3-1. Pizzaballa è titolare e gioca l’intero percorso decisivo della coppa, dai turni che contano fino alla sera che conta più di tutte.

Quella coppa, per chi tifa provincia, non è un trofeo: è una prova che, ogni tanto, l’Italia si sposta.

Un premio che pesa più dei guanti

Ci sono riconoscimenti che oggi sembrano antichi come certe foto sgranate, ma allora parlavano chiaro. Pizzaballa vince il Premio Combi come miglior portiere della Serie A 1964–65. Non è la celebrazione di un personaggio: è la conferma di un mestiere fatto bene.

La sua immagine ricorrente è quella di un portiere “di sostanza”, forte nelle uscite, spesso in maglia scura, con un’idea quasi austera della porta: proteggerla, non abbellirla.

Roma, Verona, Milano: l’Italia che cambia stadio

Poi il suo percorso attraversa anche altri luoghi pesanti del calcio italiano: AS Roma, Hellas Verona FC, AC Milan. È una traiettoria da portiere d’epoca: non la carriera-monumento di un’unica maglia, ma quella di chi viene chiamato perché serve affidabilità, perché in porta non puoi improvvisare.

E in mezzo, come una parentesi breve ma densissima, arriva anche l’azzurro.

Una sera sola, e basta a far storia

Il 18 giugno 1966 mette piede in campo con l’Italia: entra nella ripresa di Italia–Austria, subentrando ad Albertosi. Una presenza soltanto, sì. Ma ci sono “una volta” che non sono minori: sono fotografie che restano in un archivio ufficiale e, proprio perché non si ripetono, diventano definitive.

E intanto viene convocato anche per il Mondiale del 1966 come terzo portiere: un altro segno, non di leggenda, ma di stima tecnica in un’epoca piena di numeri uno veri.

Il numero 1 che non arrivava mai

Poi succede una cosa strana: la sua fama esce dal campo e si infila nei cassetti dei bambini, negli album, nelle mani che sfogliano. La Panini, stagione 1963–64: l’Atalanta è la prima squadra in ordine alfabetico, e la figurina del portiere è il numero 1. Per mesi quella figurina “manca”: diventa rara, inseguita, raccontata.

Col tempo si chiarisce anche il dettaglio materiale: quando arrivò il momento di scattare la foto, quell’immagine non fu disponibile come le altre e la distribuzione tardò. Una storia concreta, da tipografia e logistica, che però nella testa delle persone si trasformò in mito: l’oggetto che non c’è, quindi l’oggetto che vale.

E così il suo nome diventa frase: «Ti manca Pizzaballa». Non perché fosse un fantasma. Perché, per una generazione, lo è stato davvero — dentro un album.

Il paradosso gentile

Questa è la trappola e insieme la grazia della sua storia: essere ricordato da milioni di persone per un rettangolino di carta, e allo stesso tempo aver avuto una carriera piena, lunga, concreta, con più di 300 presenze in Serie A, una Coppa Italia che a Bergamo ha ancora peso specifico, una sera in Nazionale che resta agli atti.

Il paradosso gentile è che la “figurina” non cancella il portiere: lo costringe, semmai, a tornare umano. Perché dietro la parola c’è una persona che ha lavorato, parato, viaggiato, aspettato. E che oggi, quando qualcuno pronuncia quel cognome, può sorridere sapendo che il calcio — ogni tanto — sceglie strade laterali per costruire memoria.

Alla fine, se la metti semplice, Pizzaballa è questo: un portiere forte, un’Italia di provincia che per una volta diventa centro, e un numero 1 che ha insegnato a un Paese intero la pazienza.

E non è poco.

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