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21 Febbraio 2026
Jorge Carrascosa
Buenos Aires, dicembre 1977.
C'è un ufficio, un tavolo di legno scuro e un silenzio che pesa più delle urla della Bombonera. César Luis Menotti, il "Flaco", l’uomo che deve portare l’Argentina sul tetto del mondo, guarda il suo capitano. Jorge Carrascosa è lì. Terzino sinistro, trent’anni, il volto scavato di chi ha sempre vissuto il campo come una trincea morale. Menotti lo considera l'architrave del suo sistema. Il Paese intero lo aspetta come il garante di un sogno collettivo. Carrascosa, però, non è lì per firmare una convocazione. È lì per riconsegnare la fascia. In quel momento, il calcio argentino smette di essere uno sport e diventa una scelta politica.
La solitudine del Lobo
Lo chiamavano "El Lobo", il lupo. Un soprannome che suggerisce ferocia, ma che in Jorge descriveva soprattutto l’indipendenza. Non cercava il branco, cercava la coerenza. Inizia al Banfield, passa dal Rosario Central di Arroyito e approda all’Huracán del 1973, quella "ragnatela" di passaggi con cui Menotti riscrisse l’estetica del calcio sudamericano. Carrascosa era l'uomo d'ordine in una squadra di poeti.
Jorge non interpretava il ruolo del terzino: lo abitava con una serietà quasi austera. Non cercava il gol (uno solo in trenta presenze con la Selección), ma la stabilità del sistema. Era il capitano che teneva la linea quando il mondo intorno sembrava sbandare. Per lui, la maglia non era un indumento di scena, ma un documento d'identità che andava onorato con il silenzio dei giusti.
Il rifiuto: 1978, l'anno del paradosso
L’Argentina del 1978 è un Paese sospeso tra la festa e il terrore. La giunta militare di Videla ha trasformato il Mondiale in una gigantesca macchina di propaganda. Gli stadi sono pronti, i riflettori sono accesi, ma dietro l’angolo le ombre si allungano. Carrascosa osserva il circo che si prepara e sente che il terreno sotto i piedi non è più solido.
Le cronache del tempo parlano di "stanchezza", di "pressione mediatica". È il linguaggio neutro di chi non può, o non vuole, guardare nell'abisso. La verità di Jorge è una negoziazione privata con la propria dignità. Rinuncia al Mondiale in casa, alla gloria assicurata, alla possibilità di alzare la coppa davanti al proprio popolo. Scende dal treno un istante prima che arrivi a destinazione. Non è un martirio cercato; è un’uscita d’emergenza verso la verità. In un calcio che vive di inevitabilità, il suo "no" resta un’anomalia che il potere non riesce a digerire.
La densità del silenzio
Trenta presenze. Un numero che nei database moderni appare come un capitolo incompiuto. Ma la statistica è un frigorifero che non conserva il sapore della scelta. Per Carrascosa, quelle trenta apparizioni sono state il limite oltre il quale il gioco non poteva più restare tale. Dopo il gran rifiuto, non cerca la ribalta. Non vende il suo dissenso alle televisioni. Torna all’Huracán, gioca fino al 1979 e poi chiude la porta.
Si ritira in un silenzio che dura ancora oggi. Non ha cercato la santità laica del ribelle, né la carriera del commentatore. Ha scelto di sparire nel quartiere, di diventare un uomo tra gli uomini, lontano da una bacheca che avrebbe potuto essere d’oro e che lui ha preferito lasciare vuota. La sua assenza in quella foto finale di Buenos Aires, con Passarella che alza il trofeo, è la prova che si può essere campioni del mondo anche decidendo di non giocare la partita.
L’eredità del Lobo
Carrascosa non ha lasciato una teoria del calcio. Ha lasciato una postura. Ha insegnato che il capitano non è colui che alza il trofeo, ma colui che decide dove fermarsi. La sua è una storia di sottrazione. In un’epoca di icone costruite a tavolino, Jorge resta un fermo immagine sgranato di un calcio analogico, dove un uomo poteva ancora decidere che una finale mondiale non valeva la propria pace interiore.
Se cercate il suo segno, non lo troverete negli highlight di YouTube. Lo troverete in quel vuoto che si avverte ogni volta che il calcio prova a ignorare la realtà che lo circonda. Al bar, i vecchi tifosi dell’Huracán non parlano di schemi. Socchiudono gli occhi e ricordano un terzino che non cercava l'applauso. "Tutti sognavano di esserci", dicono, "lui ha scelto di essere libero". Fine del racconto.
JORGE CARRASCOSA
30 Presenze | 427 Partite in Argentina | Il Capitano del No