Unʼeducazione lontana, un destino vicino
Ci sono calciatori che sembrano nati già “italiani” perché hanno quel modo di stare in campo: spigoli, fatica, pochi sorrisi. E poi ce ne sono altri che arrivano da lontano e ti costringono a cambiare il vocabolario. Angelo Sormani appartiene a questa seconda specie.
È un oriundo nel senso pieno del termine: figlio dellʼemigrazione e del ritorno, brasiliano di nascita, italiano per scelta e per calcio. La sua biografia comincia dove le storie europee, di solito, non cominciano: nel caldo, nella strada, nel pallone come lingua quotidiana. Poi, a un certo punto, il viaggio si rovescia: non lʼitaliano che parte, ma il brasiliano che torna.
Santos: la prima luce, senza didascalie
Prima dellʼItalia, cʼè il Brasile vero. Santos, fine anni Cinquanta, e una squadra dove giocare non significa “esserci”: significa reggere un livello altissimo. Sormani cresce in quel contesto e capisce presto una cosa: il gol non è unʼidea poetica, è un mestiere ripetibile. Se hai corpo, tempo e coraggio, la porta prima o poi si apre.
Quando parte per lʼItalia non porta una promessa: porta unʼabitudine.
Mantova: lʼimpatto immediato
Il suo ingresso in Serie A ha una data precisa, quasi da cartolina in bianco e nero: 27 agosto 1961, Juventus–Mantova 1-1. È lʼesordio nel calcio che conta, e non sembra un ragazzo che deve “ambientarsi”. Sembra uno che è già lì.
A Mantova, in due stagioni, diventa subito un nome da difensori: segna tanto, e lo fa con regolarità. È una città di provincia, ma il campionato non fa sconti a nessuno: se segni lì, non è fortuna. È sostanza.
Roma e Sampdoria: il passaggio, la misura
Poi arriva Roma, e dopo Sampdoria. Due piazze diverse, due pressioni diverse. In quegli anni, Sormani attraversa il calcio italiano come uno che sta cercando la sua collocazione definitiva: non soltanto una squadra, ma una temperatura.
È un attaccante “completo” per lʼepoca: può stare al centro, può partire più largo, può legare il gioco, ma resta sempre fedele a una cosa: lʼarea come punto di arrivo. E quando arriva il Milan, la traiettoria trova il suo centro.
Milan: quando un attaccante diventa parte di unʼepoca
Sormani firma per il Milan nel 1965. E lì, per cinque stagioni, entra in un calcio che ha unʼambizione precisa: vincere senza perdere stile. Non è un dettaglio, perché in quel Milan lʼattaccante non è solo finalizzatore: deve essere anche ingranaggio.
Il dato che definisce il suo quinquennio è netto: 180 presenze, 65 gol. Non è una cifra “da romantici”, è una cifra da attaccante che produce, dentro squadre che cambiano e dentro stagioni in cui segnare non è mai semplice.
E in mezzo, ci sono due anni che spostano tutto: lo Scudetto del 1967–68 e, subito dopo, la cavalcata europea che porta Coppa dei Campioni e Intercontinentale. Trofei pesanti, sì. Ma più che i trofei, resta la sensazione di un attaccante che sa stare dentro partite “vere”: quelle che non si vincono con un lampo, ma con una presenza continua.
Il 1965–66: la stagione in cui la porta lo riconosce
Se vuoi un fotogramma numerico che non diventi scheda, è questo: 1965–66, 21 gol in campionato. In unʼepoca in cui la Serie A è spesso una guerra di posizione, quel numero racconta un attaccante già maturo, capace di fare differenza senza chiedere il permesso al contesto.
Non è la stagione della gloria assoluta del club. È la stagione in cui lui fa capire che, in Italia, non è venuto per partecipare.
Lʼazzurro: poco spazio, peso vero
Con la Nazionale italiana gioca 7 partite e segna 2 gol. Debutta il 7 giugno 1962 in Italia–Svizzera 3-0. È lʼazzurro di unʼItalia piena di attaccanti, e di scelte che spesso sono anche “politiche”: non basta essere forte, bisogna essere lʼincastro giusto.
Eppure, quelle presenze bastano a fissare una cosa: Sormani non è solo un oriundo “di passaggio”. È un giocatore riconosciuto, convocato, utilizzato. Uno che entra negli archivi ufficiali senza bisogno di clamore.
Dopo: Napoli, e poi la coda che non cambia il quadro
Dopo il Milan arrivano Napoli, Fiorentina, Vicenza: la parte finale della carriera, quella in cui il corpo comincia a presentare il conto e il calcio cambia pelle. Ma il centro della sua storia resta lì: lʼimpatto in Italia e quel quinquennio rossonero dove si è costruito un nome che non è solo statistica.
Chiusura
Sormani è una storia di ritorni rovesciati: dallʼArgentina dei nonni allʼItalia dei campi pesanti, dal Brasile della luce al campionato che non perdona. E dentro questa traiettoria cʼè una cosa che resta più delle etichette: il gol come lavoro quotidiano, la porta come abitudine.
Se la chiudiamo “da bar”, suona così: «Non era uno da una giocata. Era uno che, alla fine, la faceva entrare.»