Ci sono giocatori che entrano nella memoria per una fotografia: un gol in volo, un trofeo alzato, una corsa sotto la curva. E poi ci sono quelli che entrano senza fotografia, perché la loro specialità è un’altra: la continuità. Non quella “romantica” delle frasi fatte—quella concreta, fisica, quotidiana, che se manca la squadra se ne accorge subito, come quando salta la corrente e capisci quanto ti eri abituato alla luce.
Giorgio De Marchi è stato così: un uomo che non chiedeva spazio, ma lo riempiva. E lo riempiva sempre nello stesso punto, dove la partita si sporca e nessuno fa i complimenti: davanti alla difesa, nel traffico, sulle seconde palle, nel mestiere lungo che in Italia chiamiamo mediano.
Schio, l’oratorio, la fatica come identità
Schio, 1° maggio 1934. Una nascita da provincia vera, di quelle in cui il pallone non è un progetto ma un’abitudine. I primi passi sono all’oratorio dei Salesiani, poi lo Schio: niente scorciatoie, niente tappeti rossi. Prima impari a stare in campo, poi—se reggi—arriva il viaggio.
E in mezzo c’è una storia che oggi sembrerebbe una sceneggiatura, e invece è cronaca d’epoca: durante il servizio militare gioca nel Cuneo, ma non sempre riesce a ottenere il permesso per scendere in campo; allora la società usa uno stratagemma e in alcune partite compare sotto un altro cognome: “Cauda”. Una maschera minima, tipica di un calcio ancora artigianale, dove la burocrazia era un avversario e la fantasia un modo per restare vivi.
Vicenza: quando una maglia diventa un domicilio
Nel 1957 arriva il Lanerossi Vicenza, e da quel momento De Marchi diventa una cosa precisa: un punto fisso. Esordisce in Serie A il 26 dicembre 1957, in Vicenza–Genoa (3–3). Da lì in avanti inizia la sua lunga, testarda educazione alla domenica.
Con quella maglia mette insieme 219 presenze in Serie A tra 1957 e 1966. I gol sono pochi, da mediano che non vive per la porta: la fonte “istituzionale” più citata lo accredita di 10 reti in A; altre ricostruzioni giornalistiche arrivano a 11. È una discrepanza minuscola che però racconta benissimo gli anni Cinquanta e Sessanta: le statistiche non erano un dogma digitale, erano un fatto scritto a penna, e qualche riga poteva cambiare.
102 partite consecutive: il corpo come calendario
Poi c’è la cifra che non serve a fare bella figura: serve a capire l’uomo. Tra la stagione 1961–62 e la 1964–65, De Marchi infila 102 presenze consecutive in Serie A. Centodue domeniche senza saltare un colpo, senza “gestione”, senza sparire. Una striscia che è atletica, certo, ma soprattutto mentale: abitudine a reggere.
Ed è qui che il suo ruolo diventa chiaro anche a chi non ama le lavagne tattiche: il mediano non è quello che si nota, è quello che ti permette di notare gli altri. Quando il gioco si frantuma, lui ricompone. Quando il ritmo diventa confusione, lui diventa ordine.
Un Vicenza che viaggiava: coppe “minori” e tournée vere
In quella carriera c’è anche un dettaglio che si dimentica perché non fa rumore: nel 1961, con il Lanerossi, vince la Benelux Cup battendo il PSV Eindhoven in finale al Menti. Non è il trofeo che ti cambia la vita, ma è il tipo di successo che costruisce identità: una squadra italiana che misura sé stessa fuori, senza complessi.
E poi le tournée: New York, l’Europa, partite contro club e selezioni nazionali. Un calcio che viaggiava meno di oggi, ma quando viaggiava lo faceva davvero: settimane, città, campi diversi, e sempre la stessa necessità—stare compatti.
Il “Vicenza del Centenario”: la memoria vota
Nel 2002 a Vicenza fanno un concorso popolare: “Scegliamo il Vicenza del Centenario”. De Marchi risulta l’italiano più votato, con 7.443 voti. Non è un premio tecnico, è una radiografia emotiva: la città sceglie chi sente “suo”. Chi ha attraversato gli anni con la stessa faccia, senza chiedere applausi.
Questo, nel calcio, è un riconoscimento rarissimo: non lo trovi nei palmarès, lo trovi nelle persone.
Il ritorno e la coda: chiudere come si è vissuti
Dopo Vicenza torna allo Schio e poi chiude con il Trento. La traiettoria, vista da oggi, sembra quasi circolare: si parte dal paese, si attraversa la massima serie per un decennio, e alla fine si rientra in una dimensione più piccola, dove i nomi contano più delle etichette.
Muore a Vicenza nella notte tra il 10 e l’11 gennaio 2020. Il giorno dopo il L.R. Vicenza gioca con il lutto al braccio: uno di quei gesti che non si fanno per protocollo, si fanno perché quel nome era rimasto dentro le pareti.
Giorgio De Marchi è un tipo umano. Uno che ha attraversato la Serie A con un’idea semplice e difficilissima: esserci, sempre.
«Quando la partita diventava confusione, lui diventava ordine.»