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25 Febbraio 2026
Ci sono attaccanti che nascono dentro le accademie. E poi ci sono quelli che arrivano al calcio da un altro mestiere, da un altro peso, da un altro odore. Gerry Hitchens arriva dalla miniera. E questa non è una nota di colore: è una chiave di lettura.
Perché quando entri nel calcio dopo aver conosciuto il lavoro duro, il campo non ti sembra un palcoscenico. Ti sembra un turno da fare bene. Hitchens era questo: un centravanti inglese di forza, corsa e gol, ma soprattutto un professionista con una specie di gravità addosso. Uno che non aveva bisogno di essere elegante per essere importante.
Rawnsley, la miniera, il pallone come via d’uscita
Nasce a Rawnsley, nello Staffordshire, l’8 ottobre 1934. Prima del calcio professionistico fa il minatore. Inizia tra squadre locali e passa da Highley Miners Welfare, poi Kidderminster Harriers. È un percorso da football inglese antico: niente scorciatoie, niente marketing, solo campo e resistenza.
Già qui si intravede il tratto che resterà: Hitchens non è un attaccante "da tocco". È un attaccante che porta la partita addosso, che occupa l’area, che sa stare dentro il contatto. Un centravanti che non chiede il pallone perfetto: spesso se lo costruisce con il corpo.
Cardiff e Aston Villa: la salita vera
Il salto arriva con il Cardiff City, dove comincia a far capire che i gol non sono un episodio ma un’abitudine. Poi Aston Villa, e lì il profilo si definisce definitivamente: in quattro stagioni segna tanto, moltissimo, fino a diventare uno degli attaccanti inglesi più produttivi del periodo. Con i Villans chiude con 160 presenze e 96 gol complessivi (78 in campionato), numeri da centravanti di prima fascia.
Non è ancora una star internazionale, ma lo diventa in fretta. E lo fa nel modo più brutale che esista: segnando subito.
L’Inghilterra: 90 secondi per presentarsi
Debutta con la Nazionale inglese nel 1961 e segna dopo circa un minuto e mezzo. Poi, due settimane più tardi, va a Roma e segna due volte all’Italia nel 3-2 inglese. In poche partite passa da nome interessante a nome che circola davvero.
Con l’Inghilterra chiuderà con 7 presenze e 5 gol. Un bottino notevole, se pensi a quanto fu breve la sua finestra internazionale. E qui comincia una delle linee più curiose della sua storia: il calcio italiano lo valorizza, una parte dell’Inghilterra invece smette di considerarlo centrale.
L’Italia lo vede prima: Inter
Nell’estate del 1961 lo prende l’Inter. È una scelta che, per l’epoca, ha qualcosa di pionieristico: un inglese che sbarca in Serie A quando i britannici in Italia sono ancora eccezioni, non abitudine. Hitchens risponde subito da centravanti vero: segna, si impone fisicamente, si fa sentire. In nerazzurro chiude con 39 partite e 17 gol in Serie A (20 gol complessivi).
C’è un dato simbolico che pesa più della durata: farà parte dell’Inter che vincerà lo scudetto 1962-63 (pur trasferendosi al Torino durante quella stagione). È il segno di una presenza che lascia traccia anche quando il capitolo è breve.
Il mondiale del 1962 e il prezzo di giocare all’estero
Nel 1962 va al Mondiale in Cile con l’Inghilterra. Segna anche nei quarti contro il Brasile, in una partita poi persa dagli inglesi. Sembra l’inizio di una storia lunga in nazionale. Invece no. Con l’arrivo di Alf Ramsey, che preferisce giocatori attivi in patria, Hitchens esce dal giro.
È una di quelle vicende che raccontano bene un’epoca: oggi l’estero ti legittima, allora poteva anche isolarti. Hitchens diventa, in pratica, un attaccante di alto livello "fuori fuoco" per il suo Paese.
Torino: il tratto italiano si consolida
Nel novembre 1962 passa al Torino. Ed è qui che il suo rapporto con la Serie A diventa pieno, quotidiano, riconoscibile. Con i granata resta fino al 1965, mette insieme 89 presenze e 28 gol in campionato e si conferma un attaccante affidabile, capace di segnare e di tenere alto il peso offensivo della squadra.
Hitchens in Italia non è mai solo "l’inglese". A un certo punto diventa proprio un centravanti di Serie A: uno che sa cosa succede nei nostri ritmi, nei nostri duelli, nelle partite chiuse. Uno che ha imparato il mestiere locale senza perdere il suo impatto britannico.
Atalanta e Cagliari: gli ultimi anni italiani
Dopo Torino arrivano Atalanta e poi Cagliari. A Bergamo aggiunge 58 presenze e 10 gol, in Sardegna 19 presenze e 4 gol in Serie A. Sono stagioni diverse, meno centrali rispetto ai picchi precedenti, ma utili a fissare un dato storico che ancora oggi lo rende speciale: è l’inglese con più presenze e più gol in Serie A (239 partite, 73 reti).
E non è un dettaglio statistico qualsiasi. È la misura della sua resistenza culturale, oltre che calcistica: non un passaggio esotico, ma una vera carriera italiana.
Un centravanti inglese che non era solo "inglese"
Hitchens appartiene a una categoria rara: i giocatori che cambiano Paese senza diventare cartoline. In Italia non viene ricordato solo per l’origine, ma per il rendimento. Per il modo in cui stava nell’area. Per la concretezza. Per quella sensazione da centravanti "serio", sempre dentro la partita.
Non era un attaccante da estetica pura. Era un attaccante da sostanza continua. E infatti la sua storia, più che in un gol singolo, sta nella somma: stagioni, spostamenti, adattamenti, reti lasciate in città diverse.
La fine improvvisa
Dopo il ritiro dal professionismo torna a vivere in Gran Bretagna. Muore il 13 aprile 1983, stroncato da un malore mentre gioca una partita di beneficenza in Galles. Una fine improvvisa, in campo, quasi crudele nella sua coerenza: il calcio come luogo dove aveva costruito tutto, e dove tutto si interrompe.
Gerry Hitchens è stato molte cose insieme: un minatore diventato nazionale inglese, un centravanti che l’Italia capì presto, un inglese capace di restare in Serie A abbastanza a lungo da diventarne storia.
«Prima imparò a lavorare sottoterra. Poi imparò a farsi trovare in area, dove il pallone pesa quasi uguale.»