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Il portiere che sembrava già ritirato, poi tornò per l’estate più pesante e la chiuse da capitano

Il ritratto di Gianpiero Combi: 47 presenze in azzurro, bandiera della Juventus del Quinquennio d’oro e capitano dell’Italia campione del mondo nel 1934

Gianpiero Combi

Gianpiero Combi

Torino, in certi anni, non era soltanto una città di calcio: era un laboratorio di carattere. Ne uscivano uomini che non avevano bisogno di alzare la voce per farsi sentire. Gianpiero Combi appartiene a quella specie lì: il portiere che dava sicurezza prima ancora di fare la parata, il numero uno che trasmetteva calma a una difesa intera, il capitano che non recitava il ruolo perché lo era già nella postura.

Torino: lo scarto, il cambio di porta, l’inizio vero

La sua storia comincia con un dettaglio che sembra scritto apposta per diventare leggenda: da ragazzo prova anche col Torino, ma non convince. Viene considerato poco adatto fisicamente al ruolo. È la Juventus a intravedere altro e a portarlo dentro. In quel passaggio c’è già un tema che tornerà sempre: Combi non nasce “ovvio”. Diventa inevitabile col tempo.

Debutta nei primi anni Venti e si prende la porta bianconera in un calcio ancora diverso dal nostro: campionati meno standardizzati, campi più duri, protezioni quasi nulle, mestiere del portiere ancora in costruzione. Combi, però, ha già qualcosa di modernissimo per l’epoca: riflessi, coraggio, lettura della situazione. Non solo istinto. Presenza.

La Juventus: quando una porta diventa una dinastia

Con la Juventus gioca tutta la carriera. È un “one-club man” prima che l’etichetta esistesse. I numeri cambiano leggermente a seconda delle fonti e del perimetro statistico (campionato o tutte le competizioni), ma il quadro è chiarissimo: oltre 350 presenze di campionato e circa 370 complessive con i bianconeri. Non un capitolo. Una lunga occupazione del ruolo.

Vince cinque scudetti e attraversa da protagonista la nascita della prima grande Juventus, quella che la memoria chiama Quinquennio d’oro. E dentro quella squadra c’è una triade difensiva rimasta nella storia: Combi–Rosetta–Caligaris. Più che una linea arretrata, una grammatica comune tra club e Nazionale.

Combi non era il portiere spettacolare nel senso moderno del termine. Era qualcosa di più raro: un portiere che rendeva ordinaria la difficoltà. Quando lo guardavi, avevi la sensazione che la squadra sapesse già dove finiva il pericolo.

“Fusetta”, “uomo di gomma”: i soprannomi che raccontano il corpo

I soprannomi non nascono mai per caso, soprattutto in quel calcio. Combi viene ricordato come «Fusetta» e come «uomo di gomma»: due modi diversi per dire la stessa cosa, cioè esplosività, elasticità, coraggio, capacità di stare dentro l’urto.

È un dettaglio importante perché aiuta a non leggerlo con gli occhi sbagliati. Non era “solo” il portiere elegante della foto d’epoca. Era un atleta vero, nervoso nel senso migliore, pronto a buttarsi dove il calcio di allora faceva male davvero.

L’azzurro: 47 volte, tra cadute e ritorni

Con l’Italia gioca 47 partite tra il 1924 e il 1934. Una cifra che, in quell’epoca, pesa moltissimo. Dentro ci stanno anche giornate durissime—come l’esordio in un pesante 7-1 in Ungheria—e proprio questo rende il ritratto più interessante: Combi non è un campione senza crepe, è un campione che attraversa anche la lezione dell’umiliazione e resta lì.

Con gli azzurri conquista anche il bronzo olimpico nel 1928 e due successi nella Coppa Internazionale Centroeuropea, il torneo che, per livello e struttura, anticipava in parte l’idea di un grande campionato continentale per nazionali.

1934: la pensione rimandata, la porta riaperta

Qui la storia cambia tono e diventa romanzo, ma è cronaca. All’inizio del 1934 Combi è vicino al ritiro. Ha già dato tutto, ha già vinto, e il ricambio sembra pronto. Il titolare designato per il Mondiale è Carlo Ceresoli. Poi succede l’incidente: Ceresoli si fa male al braccio in preparazione e Vittorio Pozzo richiama l’uomo che sembrava già sul punto di uscire di scena.

Questa è la parte che rende Combi un personaggio da ritratto, non solo da almanacco: il campione che pare arrivato alla fine, richiamato per l’estate più pesante, nel torneo di casa, con un Paese intero addosso. E lui non torna per fare presenza. Torna per guidare.

Il Mondiale del 1934: la fascia, Planička, la finale

Nel Mondiale in Italia è capitano. E la finale contro la Cecoslovacchia regala un’immagine che è già storia del calcio: due portieri con la fascia, Combi e František Planička, uno di fronte all’altro prima dell’inizio. È una fotografia che racconta un’epoca e un ruolo.

L’Italia vince il torneo battendo la Cecoslovacchia 2-1 dopo i supplementari il 10 giugno 1934. Combi gioca da capitano il Mondiale della prima stella azzurra e chiude la sua carriera internazionale nel punto più alto possibile. In molte ricostruzioni viene ricordato anche per il dato complessivo del torneo: 3 gol subiti in 510 minuti, cifra che restituisce bene il peso della sua presenza dentro quel percorso.

E qui il dettaglio “Combi” è tutto intero: non il giovane che esplode, ma il veterano che rientra, tiene la linea e alza il trofeo.

Dopo il campo: Juve, federazione, una figura che resta

Finita la carriera da giocatore, resta nell’orbita del calcio e della Juventus con ruoli tecnici e di supporto, e più avanti lavora anche in ambito federale. Non è una sparizione. È un passaggio di posizione: da protagonista in porta a presenza autorevole dietro le quinte.

Muore nel 1956, relativamente giovane. Ma il suo nome resta in una zona molto precisa della memoria italiana: quella dei portieri che non sono solo forti, ma fondativi. Quelli che hanno insegnato al ruolo una forma di prestigio.

Chiusura

Gianpiero Combi è una figura che tiene insieme molte cose: la Torino delle origini, la Juventus che impara a dominare, l’Italia che scopre di potersi sentire grande, il portiere come capitano vero e non solo simbolico.

“Quando la storia chiamò all’ultimo momento, lui non tornò per salutare: tornò per chiudere la porta.”

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