Cerca

Serie A

Il presidente è un disco rotto: «Il Torino è in vendita, ma offerte zero». Tifosi come al solito infuriati

Nella sala stampa dell’Olimpico, tra cori di contestazione e promesse di rilancio, la presentazione del nuovo tecnico e la (solita) disponibilità a cedere

TORINO SERIE A - URBANO CAIRO

TORINO SERIE A - Urbano Cairo dal 2005 è il proprietario del Torino, prelevato dopo il fallimento e la ripartenza dalla Serie B

L’aria odora di pioggia e fumogeni quando il microfono scivola nelle mani di Urbano Cairo. Fuori dallo stadio, i cori rimbombano; dentro, i flash si accendono su Roberto D’Aversa, camicia bianca e cravatta granata, nuovo allenatore del Torino. È il pomeriggio di martedì 24 febbraio 2026, e la presentazione del tecnico diventa subito un atto politico: il presidente, con i contestatori alle spalle e le telecamere puntate addosso, ripete di essere «disponibile a vendere» il club, ma senza alcuna proposta formale sul tavolo. Un paradosso che pesa come un macigno su una piazza sfinita da anni di frustrazioni sportive e che adesso si affida a D’Aversa per guadagnare ossigeno in classifica.

UN CAMBIO IN PANCHINA CHE VALE UNA STAGIONE
Il ribaltone è arrivato dopo lo 0-3 di Genova: Marco Baroni è stato esonerato e al suo posto è stato chiamato Roberto D’Aversa, con un incarico che, oltre al peso tecnico, ha il sapore della missione: blindare la categoria e tenere unito un ambiente in pezzi. Il club ha ufficializzato la scelta il 23 febbraio 2026, indicando un accordo fino al 30 giugno 2026; il giorno dopo la presentazione ufficiale allo stadio, tra domande incalzanti e una sala rovente. «Arrivo con entusiasmo», ha detto D’Aversa, marcando subito un punto: riconoscere la realtà di una classifica in bilico e lavorare sull’atteggiamento prima ancora che sui moduli. Domenica l’esordio contro la Lazio all’Olimpico Grande Torino alle ore 18: è la prima tappa di un percorso tutto in salita.

LA FRATTURA CON LA PIAZZA E LA DISPONIBILITÀ A VENDERE
Sulla cessione, Cairo ha scelto parole nette: «Un anno fa dissi pubblicamente che ero disponibile a vendere il Toro, ma nessuno si è presentato con un’offerta». A margine della conferenza, il presidente ha ribadito il concetto: «Ad oggi non è arrivata nemmeno un’offerta». È un refrain che i tifosi conoscono bene: dal Festival della Comunicazione 2025 alla scorsa estate, Cairo ha più volte aperto a un passaggio di mano «solo a chi ha risorse e voglia di far bene», salvo poi constatare l’assenza di interlocutori credibili. La frase che riassume lo stato dell’arte è semplice e dura: disponibilità sì, offerte no.

COME GIOCHERÀ IL TORINO DI D'AVERSA
D’Aversa sa che il suo primo, vero avversario è il tempo. Tredici partite per cambiare rotta. Il tecnico ha impostato il discorso sulla concretezza: «La classifica non rispecchia il valore del gruppo, ma va guardata» e «non è il modulo che fa subire meno gol: è l’atteggiamento». Ha parlato di difesa a tre come base di partenza, anche per via dell’organico (tanti centrali, pochi terzini di ruolo), ma ha lasciato aperta la porta a soluzioni dinamiche. La priorità, ha spiegato, è riallineare la squadra su principi chiari: blocco corto, pressione sul portatore, baricentro intelligente. L’obiettivo è ridurre i gol subiti e, in parallelo, aumentare la pericolosità negli ultimi 30 metri, dove il Torino ha peccato per troppi mesi.

UN'EREDITÀ COMPLICATA, NUMERI E CONTESTO
Sul tavolo c’è una fotografia impietosa: rendimento altalenante, difesa vulnerabile, fiducia fragile. Gli ultimi risultati hanno trascinato i granata verso il basso; al momento dell’esonero di Baroni la squadra navigava nella parte destra della classifica, con un margine sottile sulla zona rossa e una differenza reti negativa. D’Aversa deve invertire la tendenza immediatamente: nella corsa salvezza, ogni punto pesa doppio. Lo dice il calendario, lo impone la psicologia del gruppo, lo chiedono i tifosi. E lo pretende la storia del Torino, club che non può permettersi di giocare d’azzardo con la Serie A.

«HO PRESO UN TORO FALLITO» LA DIFESA DEL PRESIDENTE
Nelle sue risposte, Cairo ha difeso il proprio operato ricordando la partenza in salita del 2005: il club fu raccolto all’indomani del fallimento e riportato in Serie A, consolidato nei conti e spesso assestato nella colonna sinistra della classifica. Nel lungo arco della presidenza, Cairo ha più volte rivendicato di aver immesso risorse proprie (circa 72 milioni di euro, a suo dire) e di aver tenuto il timone dritto anche nelle stagioni economicamente più dure post-2020. È la narrazione di chi vede nel proprio bilancio «più aspetti positivi che negativi», a fronte però di risultati sportivi che, soprattutto negli ultimi anni, hanno deluso una piazza esigente.

PERCHÈ NESSUNO COMPRA IL TORINO? LE SOLUZIONI EXTRA CAMPO
Il paradosso è ormai un tema di dibattito pubblico: in un calcio italiano sempre più osservato da fondi e investitori, perché il Torino non trova un compratore? Le analisi più ricorrenti chiamano in causa un mix di fattori: l’assenza di uno stadio di proprietà, i limiti infrastrutturali, la prevedibilità dei ricavi, la volatilità sportiva, fino alla valutazione del club (implicita o esplicita) ritenuta da alcuni interlocutori troppo alta in rapporto agli asset. L’orizzonte sullo Stadio Olimpico Grande Torino è un dossier potenzialmente strategico: lo sblocco delle vecchie ipoteche e le scadenze sulle convenzioni hanno riacceso le ipotesi di un passaggio di proprietà dell’impianto, che potrebbe aumentare l’appeal del club sul mercato. Ma tra ipotesi e bandi c’è di mezzo la burocrazia: tempistiche, condizioni e investimenti non sono dettagli, sono il cuore della trattativa.

CONCLUSIONE: UNA PROMESSA DA MANTENERE
Nessuno, all’Olimpico Grande Torino, si fa illusioni: la stagione è già dentro il suo giudizio. Il compito di Roberto D’Aversa è misurabile, salvare il Torino, mentre quello di Urbano Cairo è politico: dare un orizzonte credibile al club, sul campo e nella stanza dei bottoni. La promessa di «vendere se arriva l’offerta giusta» va riempita di contenuti industriali; la promessa tecnica di «risalire la classifica» va costruita allenamento dopo allenamento. Tra i fischi e la pioggia, ieri si è accesa una luce: piccola, forse, ma chiara. Il resto, adesso, è questione di campo, di scelte e di responsabilità.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Sprint e Sport

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter