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26 Febbraio 2026
URBANO CAIRO TORINO • Il Presidente granata dovrà decidere anche in merito alla possibile questione stadio
La scena è questa: una mattina d’inverno, luci accese in Sala Rossa e faldoni sul tavolo. Dentro, una perizia attesa da mesi e una domanda che brucia più dei riflettori nelle notti di Coppa: cosa conviene alla città? Vendere lo stadio con un diritto di superficie di 99 anni, avviare un partenariato pubblico‑privato (PPP) oppure bandire una gara aperta e lasciare che sia il mercato a fissare prezzo e condizioni? A Torino, dove la rimozione delle ipoteche dallo Stadio Olimpico‑Grande Torino è realtà dal 21 maggio 2025, il sindaco Stefano Lo Russo lo chiama “priorità con la massima rapidità”. Il club, guidato da Urbano Cairo, dice di voler fare un’offerta ma non l’ha ancora presentata. E un advisor, Praxi, sta mettendo in fila numeri e comparabili per stimare il valore del bene. Intanto le indiscrezioni corrono: circa 25 milioni. Una cifra che suona forte, perché vincola scelte e tempi, e soprattutto perché chiama in causa i conti del Comune di Torino, i diritti dei cittadini e il futuro del Toro.
L’ultimo anno ha tolto dal tavolo il problema storico: le ipoteche ventennali da oltre 30‑38 milioni iscritte dopo il crack del Toro dei primi Duemila. L’Agenzia delle Entrate ha accolto l’istanza del Comune di non rinnovarle, sbloccando operativamente il dossier dallo 1 luglio 2025. “Bene, presto nuovi scenari”, ha commentato Lo Russo. Sul piano procedurale, Palazzo di Città ha avviato consultazioni di mercato per scegliere la via più adatta alla “destinazione” futura dell’impianto. In parallelo è stato affidato a Praxi S.p.A. l’incarico di redigere la perizia di stima. Ad oggi il valore ufficiale non è stato reso pubblico; tuttavia le indiscrezioni oscillano attorno a 20‑25 milioni. Nel frattempo, la concessione d’uso al Torino è stata prorogata “ponte” fino al 2026 per garantire la continuità sportiva, con canone indicato in 500.000 euro annui nelle precedenti convenzioni.
Il punto politico è chiaro: il Comune di Torino ha elevato il tema a “priorità”, chiedendo rapidità e chiarezza al club e dichiarandosi disponibile a un incontro. Il punto sportivo‑industriale lo ha riassunto Cairo: «stiamo valutando la formula migliore, anche il diritto di superficie per 99 anni; prima serve conoscere lo stato dell’impianto e gli investimenti necessari; poi l’offerta». Ma finora, nessuna offerta formale è arrivata sul tavolo della Città.
Si aprono alcune strade percorribili. In primo luogo, La città potrebbe costituire un diritto di superficie di 99 anni sullo stadio a favore del club/acquirente, incassando un corrispettivo una tantum (o diluito) e cedendo l’utilizzo e la gestione economica dell’impianto. Allo scadere, le opere realizzate ritornano al Comune. È lo schema adottato a Torino nel 2002 per la trasformazione del Delle Alpi in Allianz Stadium: la Città trasferì alla Juventus la “proprietà superficiaria” per 99 anni, con facoltà di sviluppare funzioni commerciali accessorie. Il modello è collaudato, ma impone una perizia robusta e un set di clausole di interesse pubblico molto chiare: giorni d’uso civico, standard di manutenzione, piano d’investimenti con scadenze vincolanti, penali e rientro anticipato in caso d’inadempienza.
In alternativa si può valutare il PPP: un’operazione di lungo periodo in cui il rischio operativo (domanda/gestione) grava in misura significativa sul privato, che realizza e gestisce l’opera in cambio del diritto di sfruttarla (con o senza un contributo pubblico d’equilibrio). Nella forma più tipica – la concessione – il corrispettivo per il privato è il diritto di gestire lavori/servizi, eventualmente con un prezzo pubblico accessorio.
Se si andasse nella direzione del bando competitivo? Una gara pubblica con regole chiare su prezzo base, investimenti minimi e tempi. Il benchmark nazionale è Bergamo: nel 2017 il Comune ha bandito la vendita dello stadio, vinto dall’Atalanta con offerta di 8,6 milioni (10% sopra base d’asta), più obblighi di riqualificazione entro 6 anni e con rientri a favore del Comune per lavori pregressi.
Il dossier Praxi è la bussola. In passato sono circolati due “ancoraggi” di mercato spesso citati dagli addetti ai lavori: Udine (superficie 99 anni 4,55 milioni + lavori) e Bergamo (vendita €8,6 milioni + lavori). Ma Torino è una città metropolitana, con un impianto ricostruito per le Olimpiadi 2006 e potenzialità extra‑calcio (concerti, eventi): difficile “traslare” quei valori senza correttivi su capex necessari (tetto, impianti, hospitality), ricavi ancillari e giornate evento. Le indiscrezioni locali parlano di 25 milioni come ordine di grandezza per l’asset; un numero che resta, al momento, non ufficiale.
Il Comune ha ribadito la centralità del tema e attende un incontro col Torino FC. Il club, per voce di Cairo, dice di voler presentare un’offerta dopo aver chiarito formula e investimenti; fin qui, però, nessuna proposta vincolante. Nel frattempo, la concessione è stata estesa fino al 2026 per evitare vuoti gestionali.
Se il Torino presenta un’offerta coerente con la perizia e accetta paletti pubblici ambiziosi, la vendita per 99 anni può garantire tempi rapidi e una governance lineare (modello Udine/Juventus). Se non arrivano offerte convincenti, o se gli investimenti richiesti sono ingenti e incerti, una gara in PPP con concessione pluriennale e contributo d’equilibrio limitato (modello Cagliari) tutela meglio l’interesse pubblico, a costo di tempi maggiori. Se si vuole massimizzare prezzo e concorrenza sugli impegni di riqualificazione, il bando competitivo “alla Bergamo” è lo strumento più trasparente.