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Il Personaggio

Giocava in Champions League e ha sfidato l'Italia Campione del Mondo 2006, l'attaccante ora prepara caffè al bar

Un bomber che ha illuminato l’Europa ora misura il tempo con l’espresso: ha scelto Zagabria e un locale con vista per allontanarsi dai riflettori

LEEDS UNITED - MARK VIDUKA

Mark Viduk, attaccante classe 1975, ha difeso i colori dell'Australia al Mondiale di Germania nel 2006 sfidando l'Italia negli ottavi di finale decisi da un gol su rigore di Francesco Totti

Una mano grande come un guantone stringe il portafiltro. La levetta scatta, il caffè sgorga denso, cremoso. Dietro il bancone, l’uomo che inclina la tazzina non è un barista qualunque: è Mark Viduka, l’attaccante che il 4 novembre 2000 segnò 4 volte in un Leeds-Liverpool 4-3 scolpito nella memoria della Premier League. Oggi, in una collina verde di Zagabria, a due passi dalla chiesa di San Mirko e dalla funicolare naturale che porta verso la Medvednica, il suo ritmo è dettato da un cappuccino fatto a regola d’arte e da una vita volutamente lontana dal rumore del calcio globale. Non c’è nostalgia nei suoi gesti: c’è piuttosto la serenità di chi ha attraversato uno dei periodi più incandescenti del calcio europeo, ha vissuto una semifinale di Champions League nel 2000-01 con il Leeds United, ha guidato da capitano l’Australia al Mondiale 2006, e poi ha scelto una porta d’uscita senza effetti speciali. Il suo rifugio si chiama, non a caso, «Non Plus Ultra»: «non oltre questo punto». Un nome-programma, un manifesto.

UN AUSTRALIANO CON RADICI CROATE
Nato a Melbourne il 9 ottobre 1975, da famiglia di origine croata, Mark Antony Viduka è stato un centravanti dal peso specifico altissimo. Tecnica fine, protezione del pallone, tempi di gioco mai banali. Cresce al Melbourne Knights, dove infila stagioni da cannoniere che gli valgono premi e attenzioni; a 19 anni attraversa il mondo per vestire la maglia del Croatia/Dinamo Zagabria, in un Paese che si sta ancora leccando le ferite della guerra. Lì vince tre campionati di fila e tre Coppe nazionali con la Dinamo tra 1995 e 1998, poi il salto al Celtic e infine, nell’estate 2000, l’approdo che lo consacra: Leeds United. È in Yorkshire che la sua cifra stilistica esplode. L’istantanea-icona è la rimonta sul Liverpool: sotto di 0-2, il Leeds si aggrappa all’australiano che segna al 24', al 46', al 73' e al 75'. Quattro tiri, quattro gol, freddezze diverse, una sola costante: la calma. È la partita che gli apre la strada per una stagione europea clamorosa: il Leeds di David O’Leary va fino in semifinale di Champions League, perdendo con il Valencia l’8 maggio 2001 al Mestalla. Nel mezzo, un 1-1 epico a San Siro contro il Milan l’8 novembre 2000, con i bianchi dentro al girone della vita.

I NUMERI CHE SPIEGANO UN'ERA
1) In Premier League, Mark Viduka ha segnato 92 gol in 240 presenze complessive, distribuite tra Leeds United, Middlesbrough e Newcastle United: un bottino che lo pone tra i migliori attaccanti non europei del suo tempo e che resta un riferimento per il movimento australiano. 2) Nel 2000-2001 è il miglior marcatore del Leeds in campionato con 17 reti e chiude la stagione a 22 complessive; in Champions mette la sua firma in un percorso che riporterà i Peacocks sulla mappa d’Europa. 3) Con la nazionale australiana, chiude a 43 presenze e 11 gol, con la fascia al braccio al Mondiale 2006 in Germania. Questi non sono soltanto numeri: sono coordinate per orientarsi in un calcio che a fine anni Novanta e inizio Duemila ha spinto sull’acceleratore del business e della pressione mediatica, spesso in contrasto con il carattere di un calciatore che preferiva parlare con il primo controllo a scudo e una finta di corpo.

CHAMPIONS AL MATTINO, CAPPUCCINI AL POMERIGGIO
Se c’è un filo rosso tra il Viduka calciatore e il Viduka barista è l’ossessione per il dettaglio. In campo bastava un appoggio errato per perdere il tempo della giocata; dietro il banco basta un secondo di estrazione fuori scala per rovinare una tazzina. Non stupisce, allora, che chi frequenta il Non Plus Ultra lo definisca un caffè-panorama: vetri ampi, vista sui pendii di Šestine, tavolini all’aperto, la luce che cambia con le stagioni. È un luogo semplice, ma curato, dove la qualità è una scelta quotidiana più che un claim. Il locale, immerso «nella Zagabria in collina», come ama dire lui, è anche una dichiarazione di appartenenza culturale. I genitori di Viduka emigrarono dall’ex Jugoslavia verso l’Australia negli anni Sessanta: scegliere di vivere oggi a Zagabria e di costruire qui la propria quotidianità è il modo con cui l’ex centravanti ricuce le due metà del proprio vissuto. Un pezzo di Adriatico negli occhi e una lentezza «da caffè lungo» nelle vene.

DALLA MURAGLIA DI ELLAND ROAD ALLE NOTTI EUROPEE
Chi ha visto Viduka dal vivo a Elland Road conserva immagini molto precise: la spallata che sposta i centrali, il controllo orientato in area, i gol già citati al Liverpool con quel tocco educato a scavalcare Sander Westerveld. Ma c’è di più. Nella Champions 2000-01, la squadra di O’Leary attraversa avversari giganteschi: Milan, Barcellona, Deportivo, Lazio, Real Madrid nelle due fasi a gironi; poi i quart i e la semifinale con il Valencia. È un’epopea che riscrive la geografia emotiva del tifo leedsiano. A San Siro, la sera dell’8 novembre 2000, segna Dominic Matteo e i bianchi strappano un 1-1 che vale l’accesso al turno successivo. Pochi mesi più tardi, il sogno viene spento al Mestalla: 3-0 e finale sfumata. Ma quello resta il tetto sportivo della carriera europea di Viduka. Al netto delle notti europee, restano impresse anche le stagioni di Premier League: 1) 2002-03 da 20 gol con il Leeds in piena tempesta societaria; 2) l’avventura al Middlesbrough di Steve McClaren, fino alla finale di Coppa UEFA 2006; 3) gli ultimi scampoli al Newcastle United.In mezzo, un rapporto singolare con la popolarità: Viduka non è mai stato un «uomo-copertina» come altri colleghi della sua epoca, e tuttavia è rimasto una icona di culto per tifosi e addetti ai lavori. Perché? Probabilmente per la combinazione rara tra fisicità e minimalismo tecnico, tra impatto e sobrietà. Una cifra che oggi, a rivederla, sembra ancora più moderna.

GERMANIA 2006, L'ORGOGLIO DELL'AUSTRALIA E L'EPILOGO AMARO
Con la fascia da capitano degli Socceroos, Viduka vive il suo momento più universale al Mondiale di Germania. L’Australia arriva agli ottavi e si gioca la partita della vita contro l’Italia campione del mondo in pectore. 26 giugno 2006, Kaiserslautern: 0-0 fino al 90’, poi un rigore al 95’ trasformato da Francesco Totti. Decisione discussa, lacrime, applausi a una nazionale che ha tenuto testa agli Azzurri persino in superiorità numerica per l’espulsione di Marco Materazzi. A fine gara, le parole di Viduka sono una radiografia dell’ingiustizia percepita: «Abbiamo dominato per lunghi tratti… è un modo davvero brutto per uscire». Sono frasi che, ancora oggi, chiudono un’epoca nella memoria del calcio australiano.

PERCHÈ UN BAR, PERCHÈ ZAGABRIA
Alcuni ex calciatori si tuffano nella panchina o nel microfono. Viduka no. Chi lo ha intervistato negli ultimi anni ha raccolto la stessa filosofia: «Amo la mia libertà, il calcio è 24 ore su 24 e non ho più voglia di vivere così». La chitarra, una Gibson e una Fender, i figli, la routine nel quartiere, un caffè «come piace a me» (lui scherza sul fatto di essere un po’ coffee snob). La moglie gestisce molto del day-to-day del locale, e il Non Plus Ultra è diventato punto di riferimento per vicini, escursionisti diretti in Medvednica, curiosi e qualche volto noto dello sport croato. C’è anche una ragione culturale: in Croazia, il caffè è meno una bevanda e più un rito. Socialità, tempo condiviso, pausa come infrastruttura emotiva della città. In questa cornice, l’ex bomber ha trovato la propria misura. Niente memorabilia invadenti, poche foto, quasi nessuna allusione ai gol di un tempo. «La mia unica pressione adesso è preparare un buon caffè», ha detto con autoironia. E se ogni tanto qualcuno lo riconosce e chiede un aneddoto su Elland Road, lui abbozza un sorriso: «Era un’altra vita. Bella, intensa. Ma un’altra vita».

PERCHÈ QUESTA STORIA PARLA ANCHE A CHI NON TIFA LEEDS
Perché racconta il dopo. L’after life di chi a 30 anni si trova a chiudere un capitolo gigante e a cercarne un altro che non sia una copia sbiadita del primo. Viduka dimostra che si può essere memorabili senza diventare caricature di se stessi, che si può abitare il presente senza fare del passato un altare. E che la felicità, parola abusata, a volte sta in un caffè estratto a 25 secondi, nella schiuma che non sborda, in una vista che ti ricorda perché hai scelto quel posto. Un giorno, forse, lo vedrete ancora a Elland Road a salutare, o in una tribuna di A-League con una sciarpa giallo-verde. Ma non aspettatevi il tour della nostalgia. La sua Hall of Fame personale è già piena: famiglia, amicizie, musica, caffè. E una certezza: che quei quattro gol al Liverpool vivranno più a lungo di qualsiasi rumor sulla parentela con Luka Modrić.

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