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26 Febbraio 2026
Raimundo Bibiani Orsi
C’è un tipo di calciatore che oggi fatichiamo a immaginare perché sembra appartenere a un’altra specie: quello che cambia Paese, cambia maglia, cambia persino Nazionale, e lo fa senza perdere identità. Raimondo Orsi non è soltanto un “oriundo” d’archivio: è una figura narrativa perfetta, perché unisce due mondi e li fa parlare con lo stesso piede sinistro.
Nasce ad Avellaneda, il 2 dicembre 1901. Terra di calcio vero, di fabbriche e stadi, di domeniche che non hanno bisogno di essere spiegate: si sentono. Muore il 6 aprile 1986, a Santiago del Cile. Già qui c’è un’idea: una vita che non sta mai ferma, come se lo spazio fosse parte del mestiere.
L’inizio argentino: Independiente e la fame di campo
Orsi si afferma all’Independiente negli anni Venti, in un calcio sudamericano che non è folclore: è competizione feroce, stile e contatto insieme. La sua è un’ala sinistra rapida, mancina, con una qualità che allora faceva davvero la differenza: non si limita ad arrivare sul fondo e crossare, ma rientra, taglia, conclude. È un modo di stare “esterno” che somiglia già a un attaccante moderno.
Qui nasce anche la sua reputazione internazionale, perché Orsi non è soltanto un giocatore di club: entra anche nel giro della nazionale argentina e si fa notare in un’epoca in cui le notizie viaggiavano lente, ma certi talenti viaggiavano più veloci.
Amsterdam 1928: quando un’ala diventa notizia
Le Olimpiadi del 1928, per l’Argentina, sono un palcoscenico enorme: l’argento olimpico è un segnale al calcio europeo. E in quel contesto Orsi diventa “visibile” anche a chi, fino a ieri, pensava che il grande calcio fosse solo da una parte dell’oceano. È uno di quei tornei che non ti danno una coppa “definitiva”, ma ti aprono porte decisive.
E poi c’è il dettaglio che sembra inventato e invece appartiene davvero al personaggio: Orsi suonava il violino. Non per fare scena, ma come tratto di identità. E questa cosa, dentro un ritratto, non è aneddoto: è stile. Ti suggerisce che il suo calcio non era solo corsa e strappo; era anche precisione, ritmo, controllo del gesto.
Torino: la Juventus e l’ala che segna come una punta
Quando arriva alla Juventus (stagione 1928-29) non si comporta da “esotico” da applaudire: si comporta da uomo che sposta davvero il peso offensivo. Resta fino al 1935 e attraversa il ciclo più potente della prima Juventus moderna: i cinque scudetti consecutivi tra 1930-31 e 1934-35.
I numeri complessivi con i bianconeri, secondo ricostruzioni statistiche consolidate, parlano di circa 194 presenze e 88 gol in tutte le competizioni; in Serie A sono riportate 177 presenze e 74 gol (attenzione: qui la differenza nasce dal perimetro conteggiato, non da “incertezze” narrative). Per un’ala, in quell’epoca, è un dato che non si spiega con la “posizione”: si spiega con la natura del giocatore. Orsi è un esterno che vive anche da finalizzatore. Taglia dentro, calcia, si prende l’area quando serve.
Ed è qui che la sua leggenda si colora di una specialità che ha sempre qualcosa di offensivo verso la logica: l’“gol olimpico”, segnare direttamente da calcio d’angolo. Non è solo un trucco da circo: è il risultato di un sinistro capace di dare al pallone un destino. La gente lo ricorda per questo perché, in fondo, certe traiettorie restano più delle statistiche: sembrano un atto di libertà.
Azzurro: 35 presenze, 13 gol. E quello più pesante di tutti
Orsi veste l’Italia tra 1929 e 1935: 35 presenze e 13 reti. È un dato enorme per il tempo, e racconta una cosa precisa: non era un “prestito” di talento, era un protagonista dentro un ciclo tecnico vero.
Poi arriva il 10 giugno 1934, Roma, finale mondiale contro la Cecoslovacchia. L’Italia va sotto a 19 minuti dalla fine. La partita diventa un nodo: tensione, calore, peso storico. E quando mancano circa nove minuti (dieci, per alcune cronache; la sostanza non cambia: siamo nel finale), Orsi segna il gol dell’1-1 che riapre tutto e porta ai supplementari.
Questa è la scena che lo definisce davvero, più di mille parole: Orsi non è semplicemente “campione del mondo”. È l’uomo che, in quel momento, toglie la paura dal petto a una squadra intera. Non è un gol da poster: è un gol da storia.
Nei supplementari arriverà la rete decisiva di Angelo Schiavio. Ma il punto del ritratto resta chiaro: senza quel pareggio, non c’è nessun supplementare da vincere.
Il ritorno, le altre maglie, il viaggio che continua
Nel 1935 Orsi rientra in Sudamerica e la sua carriera prosegue tra Argentina e altri campionati del continente: un finale “nomade”, coerente con una vita che non è mai stata solo italiana o solo argentina. E qui il ritratto si chiude senza malinconia facile: certe carriere non hanno bisogno di un’unica casa, perché hanno già avuto un unico tratto costante—l’impatto.
Raimondo Orsi è una figura che sfugge alle etichette comode: ala, goleador, oriundo, artista, uomo di finali. La sua grandezza non sta soltanto nei trofei, ma in una qualità rarissima: essere decisivo senza chiedere il permesso alla narrazione.
«C’erano partite che tremavano. Lui le accordava, come un violino: finché tornavano in tono.»