Serie A
27 Febbraio 2026
La scena è questa: nove maglie nell’area piccola, braccia che si incrociano, strattoni invisibili all’occhio nudo, il pallone che vola a ridosso del primo palo e un fischio che non arriva. Lo stadio rumoreggia, la panchina urla al VAR, l’arbitro gesticola come un vigile nel traffico dell’ora di punta. È la fotografia, impietosa e sempre più frequente, di molti calci d’angolo del calcio d’élite. Proprio da qui parte la scossa: l’ex fischietto di Premier, Graham Scott, propone due correttivi drastici per «disinnescare» il caos da corner e restituire leggibilità tecnica e giuridica a una fase di gioco che oggi, troppo spesso, è una terra di nessuno. Due idee semplici, per nulla innocue: imporre un numero minimo di giocatori oltre la metà campo, «stile hockey», oppure separare fisicamente marcatori e marcati sfruttando l’area di rigore, difensori dentro, attaccanti fuori, fino alla battuta.
IL CONTESTO, CORNER MAGGIORMENTE PRODUTTIVI
Negli ultimi anni i calci d’angolo non sono soltanto aumentati; sono diventati più redditizi e, di conseguenza, più «contendibili». In Premier League la stagione 2022-2023 ha toccato quota record: 151 reti da corner, pari al 13,9% del totale dei gol, il valore più alto registrato nell’era del torneo. Un trend alimentato dall’ingresso di specialisti delle palle inattive negli staff tecnici e dal lavoro maniacale su blocchi, schermature e corse preordinate. Il dato si intreccia con un’evidenza tattica: nella 2024-2025 è cresciuto in modo significativo l’uso dei corner a rientrare (gli in-swinger), arrivati a circa il 60,6% delle esecuzioni, e quasi la metà delle battute ha preso di mira la zona nevralgica dell’area piccola. È esattamente lì che il gioco si sporca: contatti, blocchi, ostacoli al portiere. Materiale esplosivo per l’arbitro, soprattutto se deve distinguere in tempo reale tra «duello fisico» e fallo punibile.Sul piano dell’efficacia, i numeri sono eloquenti anche in prospettiva storica: secondo le analisi Opta, la percentuale di corner che si trasforma in gol è salita dal 2,7% (media dei primi sette anni dalla stagione 2003-2004) al 3,7% (media dei sette anni più recenti prima del 2024/25), con l’ultimo biennio che si colloca appena sotto ma in linea con una «età dell’oro» delle palle inattive. Tradotto: c’è più valore in palio a ogni bandierina, e l’area si popola come mai prima.
QUALCOSA SI MUOVE
Nel calcio contemporaneo gli arbitri convivono con un paradosso. Da una parte c’è la tecnologia del VAR, dall’altra un protocolloiche, per filosofia, li vincola a intervenire solo in presenza di «chiaro ed evidente errore» o «grave episodio non visto» su quattro macro-ambiti: gol/non gol, rigore/non rigore, rosso diretto e scambio di identità. Questo ha reso storicamente complicato «ripulire» i corner: la gran parte dei contatti in area rientra nella sfera della soggettività, e non supera la soglia per la correzione da video. Negli ultimi mesi, però, qualcosa si è mosso. A cavallo tra dicembre 2025 e gennaio 2026, il dibattito internazionale ha portato il tema dei corner sul tavolo dell’IFAB. Prima il capo degli arbitri FIFA, Pierluigi Collina, ha aperto all’uso del VAR per verificare la correttezza dell’assegnazione dei calci d’angolo ai Mondiali 2026, sottolineando che il “tempo fisiologico” prima della battuta consentirebbe controlli rapidi senza allungare il gioco. Poi, l’IFAB ha compiuto un passo formale: via libera all’estensione sperimentale del VAR ai corner (e ai secondi cartellini gialli), con l’imperativo di non introdurre ritardi eccessivi e di mantenere la soglia probatoria elevata. Novità destinate a incidere anche in chiave educativa: meno corner «sbagliati» a monte significa meno caos a valle. È uno snodo cruciale: se prima il VAR non poteva «toccare» la rimessa dal fondo o l’assegnazione del corner, oggi, in via sperimentale. potrà rettificare gli errori fatti oggettivi (ultimo tocco, palla uscita/sul fondo) prima che l’azione riparta. Resta intatta la filosofia di fondo: la tecnologia come rete di sicurezza, non come moviola onnipresente. Anche la UEFA, per bocca del responsabile arbitrale Roberto Rosetti, ha ribadito la necessità di evitare un uso «microscopico» del video, che tradisce lo spirito del «chiaro ed evidente».
PRO E CONTRO DELLE IDEE «ALLA SCOTT»: COSA CAMBIEREBBE
1) Più spazio, meno frizioni. Con alcuni giocatori obbligati oltre la metà campo, i blocchi «a catena» perderebbero efficacia. Le traiettorie verso l’area piccola, oggi il 42% dei corner punta lì, troverebbero duelli più lineari, con meno ostruzioni e più responsabilità sui tempi di intervento del portiere. 2) Separazione difensori/attaccanti: la deterrenza. Sapere di dover partire «fuori» per gli attaccanti e «dentro» per i difendenti fino alla battuta toglierebbe ossigeno ai blocchi preventivi. La fase «morta» pre-esecuzione, quella in cui proliferano spinte, trattenute e schermature alla visione del portiere, verrebbe sterilizzata. Ma servirebbe definire con precisione i piedi sulla linea e le posizioni «di partenza» per evitare nuove zone grigie. 3) Effetti collaterali tattici. Alcuni club hanno costruito un vantaggio competitivo proprio sulla «controlled chaos» da palla inattiva, basti pensare all’Arsenal di Mikel Arteta con il lavoro del set-piece coach Nicolas Jover, e potrebbero opporsi a norme che riducono la creatività combinata tra blocchi e corse cieche. D’altra parte, l’equilibrio competitivo potrebbe beneficiare di corner più «tecnici» e meno «di wrestling». 4) Applicazione pratica. Gli arbitri dovrebbero aggiungere una routine di controllo posizionale ulteriore: chi è dentro e chi è fuori? Con che parte del corpo? A che distanza dalla linea? Nulla di impossibile, ma servono criteri oggettivi e un segnale standardizzato per la verifica pre-battuta, per non scivolare in nuove perdite di tempo.
IL PUNTO ORIGINARIO: LO SVILUPPO DEI CORNER
1) Specializzazione estrema. L’ingresso di set-piece coaches e di analisti ha portato a routine millimetriche in cui il contatto «grigio» è previsto, cercato e nascosto nel traffico. È il rovescio della medaglia di un progresso che ha portato le reti da corner sopra l’11–14% del totale nelle ultime annate. 2) Aree più affollate. Se quasi la metà dei corner mira alla six-yard box, è inevitabile che aumentino le situazioni borderline su ostruzione del portiere e trattenute. Tante, troppe per essere tutte sanzionate dal campo; e non abbastanza «evidenti» per il VAR tradizionale. 3) Soglia VAR e tempi di gioco. L’arbitro di campo sa che il VAR non «ripulirà» contatti minori o ambigui; per questo, in molti casi, preferisce lasciar correre, confidando che eventuali macro-errori emergano al video. Una dinamica che l’ex arbitro Scott conosce bene e che lo spinge a pensare ad accorgimenti che riducano, a monte, il numero di infrazioni potenziali.
CONCLUSIONE: UNA PROPOSTA SCOMODA, MA UTILE
Non esistono scorciatoie per eliminare la conflittualità dai calci d’angolo. Ma intervenire sull’ambiente in cui nascono molte infrazioni, densità, posizioni di partenza, tempi morti, è probabilmente più efficace che moltiplicare istruzioni su ciò che è permesso o vietato a palla ferma. Le idee di Graham Scott hanno il merito di spostare il focus: meno wrestling, più calcio. E, parallelamente, la scelta dell’IFAB di abilitare il VAR a correggere in modo rapido e oggettivo gli errori di assegnazione dei corner aggiunge un tassello di fiducia, senza tradire il principio del «chiaro ed evidente». La sfida, adesso, è politica e culturale: testare senza paure, misurare gli effetti, proteggere lo spettacolo. Perché un corner che nasce “pulito” ha più probabilità di finire in gol per merito, non per astuzia.
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