Milano, il quartiere, la nascita di una presenza
Milano, quando nasce Francesco Pomi, non è ancora la città verticale che conosciamo oggi. È una città che si allarga, che suda, che si sporca le mani. Una città dove il calcio non è ancora industria, ma appartenenza. E certi giocatori, più che arrivare dal pallone, sembrano uscire direttamente dal quartiere: facce conosciute, passi pesanti, domeniche da attraversare senza bisogno di recitare.
Pomi appartiene a quella specie lì. Non il calciatore della posa. Il calciatore della tenuta. Uno che cresce nel settore giovanile del Milan, entra in prima squadra poco più che ventenne e poi ci resta abbastanza a lungo da diventare una presenza stabile, quasi una certezza ambientale.
Nasce a Milano il 5 gennaio 1905. Questo dettaglio, nel suo caso, conta più del solito. Perché Pomi non è soltanto un difensore del Milan: è un giocatore che nel Milan ci entra da ragazzo e nel Milan si forma, senza deviazioni, senza grandi prologhi lontani. È una traiettoria quasi domestica, ma proprio per questo significativa. Dice che il suo calcio non nasce da uno spostamento, ma da una continuità. E la continuità, nel suo ritratto, è la parola chiave.
L’esordio e il mestiere antico del difensore
Quando approda in prima squadra, nella stagione 1925-26, il calcio italiano sta cambiando pelle. I campionati stanno cercando una forma più moderna, le squadre cominciano ad avere una fisionomia più leggibile, ma il mestiere del difensore resta un lavoro antico: marcare, reggere, pulire, stare in piedi quando gli altri scompongono la partita.
Pomi si prende quel ruolo con una naturalezza che non ha bisogno di effetti speciali. Diventa presto titolare fisso del reparto arretrato e si mette in evidenza per le doti atletiche, per la notevole altezza e per la sua abilità nel gioco aereo. Sono tre caratteristiche che, lette oggi, sembrano normali; lette allora spiegano già quasi tutto.
Non era un difensore elegante nel senso estetico del termine. Era un difensore che dava la sensazione di occupare bene lo spazio. E questa, per chi guarda davvero una partita, è una forma di eleganza più seria.
La gagliarda figura e il giuoco inesauribile
Gli archivi rossoneri lo descrivono come un atleta dalla «gagliarda figura» e dal «giuoco inesauribile». Formule d’epoca, certo, ma utilissime per capire che impressione lasciasse ai contemporanei.
Pomi non passava inosservato perché cercava il centro dell’inquadratura. Passava inosservato nel modo migliore: stando dove serviva stare, con il fisico, col tempo, con la presenza.
Era il tipo di giocatore che non ti costringe a ricordare una singola azione. Ti costringe a ricordare una sensazione: quella di una difesa che, con lui dentro, sembrava più robusta, più leggibile, meno esposta al caos.
Otto stagioni con la stessa maglia
Il dato più netto della sua carriera è anche quello più semplice: otto stagioni consecutive con la stessa maglia, tutte al Milan, dal 1925 al 1933. In campionato mette insieme 221 presenze e segna 1 gol. Se allarghiamo il conteggio alle altre competizioni censite, arriva a 225 partite complessive.
Non sono numeri da uomo-copertina. Sono numeri da struttura. Da giocatore che resta, che viene scelto, che regge il peso ordinario delle stagioni.
Ed è proprio questo che rende Pomi interessante in un ritratto: la sua carriera non ha bisogno di un picco clamoroso per avere senso. Il senso sta nella durata. In quella forma di affidabilità che non fa alzare il volume, ma cambia il suono complessivo della squadra.
Un solo gol, e proprio per questo significativo
C’è anche un dettaglio che vale più di una scheda tecnica: quel gol unico. Uno solo in campionato, nella stagione 1929-30.
Per un difensore non è una stranezza assoluta, ma è comunque una piccola impronta lasciata in un mestiere che non gli chiedeva di finire sul tabellino. È come se la sua biografia dicesse: il mio compito non era farmi notare, ma esserci. Eppure, una volta, ci sono finito anch’io.
Quel gol resta lì come restano certe righe piccole nei libri importanti: non cambiano il tono generale, ma lo rendono più umano.
Il Milan degli anni di costruzione
Il suo Milan non è ancora quello delle grandi dominazioni future. È un Milan che attraversa anni di costruzione, di assestamento, di ricerca di identità.
Anche per questo figure come Pomi diventano importanti: non perché cambino da sole il destino del club, ma perché ne tengono insieme i pezzi. In ogni fase di transizione servono uomini così. Uomini che non rubano la scena, ma impediscono che la scena crolli.
Un difensore alto, affidabile, forte di testa, capace di stare otto anni nello stesso reparto, finisce per somigliare a una trave portante più che a un protagonista episodico.
Il coraggio fuori dal campo
Poi c’è l’episodio che allarga il ritratto oltre il calcio. Le fonti rossonere ricordano infatti una lettera di elogio del Milan rivolta a Pomi per aver salvato qualcuno dalle acque.
Non è un dettaglio statistico, ma è uno di quei frammenti che raccontano il temperamento di un uomo meglio di tante definizioni. Perché all’improvviso il difensore robusto, il colpitore di testa, il titolare fisso, esce dalla domenica calcistica e mostra un’altra forma di coraggio: quella non mediata dal gioco.
È una traccia laterale, ma preziosa. Dice che il fisico e la prontezza che portava in campo appartenevano prima ancora alla persona.
Un calcio tra artigianato e modernità
Se provi a immaginarlo davvero, Pomi sta in quel calcio italiano sospeso tra artigianato e modernità. Campi più pesanti, palloni diversi, difese che non avevano ancora il lessico raffinato del secondo dopoguerra ma già conoscevano l’importanza della posizione, dell’impatto, del duello aereo.
Lui, lì dentro, non sembra un rivoluzionario. E invece lo è in una forma piccola e concreta: rende affidabile il ruolo. Lo spoglia di ogni ornamento e lo restituisce alla sua funzione primaria. Tenere. Reggere. Respingere. Ricominciare.
C’è qualcosa di profondamente milanese, in questo. Non la Milano del lusso, ma quella del lavoro ben fatto. La Milano che non ha bisogno di urlare la propria importanza perché la dimostra con la costanza.
L’ultima riga nello stesso orizzonte
La carriera di Pomi finisce nel 1933, senza lunghe code, senza capitoli altrove. Anche questo è coerente: tutta la traiettoria resta legata al Milan, dall’inizio alla fine.
Muore a Milano il 22 maggio 1984. Persino l’ultima riga torna al punto di partenza: stessa città, stesso orizzonte. Come se la sua storia non avesse mai avuto bisogno di andare lontano per essere completa.
Francesco Pomi, allora, non è un personaggio da colpo di scena. È qualcosa di più raro: un giocatore che si lascia raccontare attraverso la tenuta, la fedeltà, il peso silenzioso di chi resta al proprio posto abbastanza a lungo da diventare memoria strutturale.
Non uno che si impone col fragore. Uno che si impone con la durata.
«Non aveva bisogno di sembrare un muro. Bastava che la palla salisse, e capivi subito chi comandava lassù.»
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