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28 Febbraio 2026
Nella foto in bianco e nero Gino Rossetti (il primo a destra) con Baloncieri e Libonatti: il Trio delle Meraviglie
Ci sono giocatori che entrano nella storia con un soprannome. Lui ci entra con un errore d’anagrafe. Gino Rosetti, senza doppia s, nasce alla Spezia il 7 novembre 1904. Poi un refuso burocratico gli cambia il cognome, aggiunge una consonante, e il calcio italiano lo conoscerà per sempre come Gino Rossetti. La rettifica arriverà nel 1931, ma a quel punto il nome sportivo era già diventato più forte di quello civile. È una piccola storia laterale, eppure dice molto: certi uomini il calcio se li prende interi, perfino nel modo in cui vengono chiamati.
La sua è una partenza di provincia vera, senza scenografie. Comincia giovanissimo con la Virtus Spezia, poi passa allo Spezia e lì si vede subito una cosa: non è un centravanti da attesa, è un attaccante che entra nelle partite con il corpo e con il carattere. Le fonti lo descrivono inizialmente come centrocampista sinistro, dettaglio importante perché spiega una parte del suo calcio: Rossetti non nasce uomo d’area puro, ci arriva portandosi dietro corsa, ampiezza, capacità di stare anche lontano dalla porta.
Nel campionato 1923-24 succede una cosa che oggi sembrerebbe un presagio scritto male e invece è cronaca: contro il Torino, alla penultima giornata, Rossetti segna il gol che decide una partita piena di tensioni e interruzioni per il comportamento del pubblico. I granata protestano, chiedono il successo a tavolino, provano a ribaltare il tavolo. Non ci riescono. Ma intanto hanno visto abbastanza. Hanno capito che quel ragazzo dello Spezia non è una comparsa di passaggio.
In quel calcio ancora artigianale, spesso il trasferimento vero cominciava così: non con lo scouting patinato, ma con una ferita subita sul campo. Tu segni, fai male alla squadra sbagliata, e quella squadra decide che la prossima volta è meglio averti dalla propria parte.
Il passaggio al Torino lo porta dentro il cuore di una delle prime grandi storie offensive del calcio italiano. Con Adolfo Baloncieri e Julio Libonatti forma il celebre Trio delle meraviglie, la linea d’attacco che accende il Torino di fine anni Venti e lo spinge verso il primo vero grande ciclo della sua storia. Il club granata ricorda ancora quel terzetto come il motore del primo scudetto del 1928, e più in generale come la faccia offensiva della sua prima età felice.
Rossetti non è il poeta del trio. È il pezzo che sporca meno il frac e più le mani. Un attaccante capace di stare nella manovra, di lavorare per gli altri, ma anche di finire il lavoro con numeri da uomo decisivo. Nella stagione 1926-27 segna 19 reti e contribuisce alla conquista dello scudetto poi revocato per il caso Allemandi; nella stagione successiva ne segna 23 e partecipa al titolo del 1927-28, quello che resta davvero negli albi d’oro.
Sul titolo revocato del 1927 il calcio italiano ha continuato a discutere per decenni. E dentro quella vicenda Rossetti lascia anche una frase che vale da sola un ritratto morale. Molti anni dopo difenderà Luigi Allemandi, rivale juventino accusato di essersi venduto la partita, dicendo in sostanza: altro che venduto, aveva giocato coi denti. È una frase ruvida, quasi da spogliatoio d’altri tempi, ma preziosa. Perché racconta un uomo che non piega il ricordo al comodo racconto successivo.
È il genere di dettaglio che sposta il ritratto: Rossetti non appare solo come il bomber di una squadra potente, ma come uno che conserva una memoria concreta del campo. Una memoria non ancora truccata dalla leggenda.
Poi arriva il 1928-29, e lì il Torino sfiora il titolo ma costruisce comunque una stagione offensiva quasi irreale: 117 gol in 33 partite. Rossetti, dentro quel meccanismo, chiude il campionato con 36 gol in 30 partite. È un numero che ancora oggi fa rumore, e che all’epoca doveva sembrare quasi una provocazione.
Questo dato serve a capire bene il personaggio. Rossetti non era soltanto “uno dei tre”. Era un attaccante in grado di prendersi una produzione individuale enorme dentro una squadra già ricchissima di talento. E forse è proprio qui che il suo nome andrebbe rimesso a fuoco: non solo come componente di un reparto celebre, ma come finalizzatore di prima fascia nel calcio italiano di quegli anni.
Resta al Torino fino al 1933, poi torna ancora per una breve coda nel 1937-38. Il conto finale è pesante: 219 partite di campionato e 135 gol in granata, che diventano 144 reti complessive considerando tutti i tornei. Ancora oggi questa cifra lo colloca al terzo posto dei marcatori del Torino. Non è un dettaglio statistico qualsiasi: è una posizione nella memoria strutturale del club.
Essere terzo in una classifica del genere, in una squadra che ha attraversato epoche, tragedie, rinascite e campioni enormi, significa una cosa semplice: non sei stato un bel capitolo. Sei diventato pietra.
Con l’Italia gioca soltanto 13 partite, tra il 1927 e il 1929, ma segna 9 gol. È un rapporto altissimo tra presenze e reti, da attaccante che quando sale di livello non si restringe: si conferma. Esordisce il 30 gennaio 1927 a Ginevra, in Svizzera-Italia 1-5, e segna subito. Anche qui, come nei grandi attaccanti veri, c’è quella forma di impazienza produttiva: non aspetta di essere accolto, entra e lascia subito un segno.
Con l’azzurro conquista anche il bronzo olimpico ad Amsterdam 1928 e vince la Coppa Internazionale 1927-1930, il torneo che per quel calcio aveva un peso continentale serio. Nella cronologia dei marcatori della competizione, il suo nome compare accanto a quello di Libonatti come capocannoniere di quell’edizione. È un altro dettaglio che lega il suo destino individuale a quello del suo tempo: Rossetti non fu solo un ottimo attaccante di club, fu anche un uomo capace di stare al centro di una Nazionale che stava imparando a diventare importante.
Nel 1933 passa al Napoli. Ci resta quattro stagioni, totalizzando 120 presenze e 27 gol in campionato. Non sono i numeri torinesi, ma sono numeri seri, da attaccante che non vive di ciò che ha già fatto. Rossetti non è uno che si spegne appena cambia il paesaggio: porta i suoi gol anche altrove, magari con meno clamore, ma senza dissolversi.
Poi c’è il ritorno in granata per 7 partite e 1 gol, quasi una postilla emotiva, e infine il rientro allo Spezia, dove diventa capitano e allenatore in campo in Serie B. Dopo ancora arriva la Maceratese, e lì trova davvero una seconda giovinezza: in Serie C 1939-40 segna 22 gol, porta i marchigiani in Serie B per la prima volta e li spinge fino agli ottavi di Coppa Italia. È un finale di carriera che racconta bene il tipo umano: uno che, anche quando il grande palcoscenico si allontana, continua a trattare il calcio come un mestiere da fare fino in fondo.
Dopo il campo continua ad allenare: Spezia, Maceratese, Borzacchini Terni, La Chivasso, Casale, Aosta, ancora Casale. Non è la seconda vita scintillante di un grande nome mediatico; è piuttosto la continuazione coerente di una biografia costruita sul lavoro. Rossetti attraversa anche il dopoguerra da uomo di calcio pieno, senza bisogno di riciclarsi in personaggio.
Questa coerenza conta. Perché ci dice che il suo rapporto con il pallone non era ornamentale. Non gli serviva per essere ricordato; gli serviva per stare al mondo.
Gino Rossetti è stato molte cose insieme: il ragazzo spezzino che convince il Torino facendogli male, l’attaccante che entra nel Trio delle meraviglie senza diventare spalla di nessuno, il bomber capace di fare 36 gol in un campionato e il nazionale che in 13 partite ne segna 9. Ma soprattutto è stato un nome che, nel calcio italiano degli anni Venti e Trenta, ha avuto un peso specifico più grande della fama che gli è rimasta addosso.
«Non correva per stare dentro la fotografia del trio. Correva per far capire che anche dentro una meraviglia, qualcuno deve pur saper colpire per ultimo.»