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Serie A

Addio ad un grande tecnico del calcio italiano, allenò Maradona e Platini e insegnò il metodo al talento

Una vita tra viola e azzurro: dal doppio trionfo europeo con la Fiorentina al Napoli che preparava i primi successi per passare da Inter e Juventus

NAPOLI SERIE A - RINO MARCHESI

Rino Marchesi aveva 88 anni e aveva concluso la propria carriera da allenatore nella stagione 1993-1994 al Lecce in Serie A

All’alba di un ritiro in Toscana, nell’estate dell’1984, il ragazzo più chiacchierato del calcio mondiale si avvicinò al suo nuovo allenatore. «Mister, sono a sua disposizione». Non era una cerimonia, era un patto. Quel tecnico misurato, quasi schivo, avrebbe avuto il compito di guidare l’impatto di Diego Armando Maradona con il nostro campionato. Era Rino Marchesi: voce bassa, idee chiare, una vita passata a mettere ordine attorno al talento degli altri. Se n’è andato a 88 anni il 1º marzo 2026, a Firenze, lasciando il ricordo di un calcio fatto di studio, disciplina e rispetto. Prima in campo, dove fu calciatore duttile e affidabile; poi in panchina, dove guidò club di prima grandezza come Napoli, Inter e Juventus. Di Rino Marchesi colpisce il filo conduttore: la capacità di tenere insieme le parti. In campo, esterno o centrale, difensore o mediano, interpretava più ruoli con naturalezza; in panchina, legava la fantasia dei singoli a un’idea collettiva. Ecco perché il calcio italiano lo ricorda come un «tecnico gentile»: mai invadente, sempre presente, con il rigore del metodo a fare da colonna vertebrale.

LE RADICI NELLA FIORENTINA
Nato a San Giuliano Milanese l’11 giugno 1937, Marchesi costruisce la sua reputazione da calciatore soprattutto alla Fiorentina, dove approda nel 1960 e resta sino al 1966. In quegli anni i gigliati attraversano un periodo ricco di successi e consolidano uno stile europeo nel gioco. Con i viola, Marchesi vince due Coppe Italia (1960-1961 e 1965-1966), la Coppa delle Coppe 1960-1961, la prima edizione nella storia del torneo, e la Coppa Mitropa 1966. È il pezzo forte del suo palmarès, il sigillo di una dimensione internazionale costruita con intelligenza tattica e affidabilità. Nell’annata del «double» 1960-61 Marchesi è parte di un gruppo che segna la modernità della Fiorentina: la squadra vince in Italia e in Europa, superando in finale i Rangers e firmando una stagione che ancora oggi abita nella memoria collettiva del tifo viola. In Coppa Italia, il suo nome rimane persino sul tabellino della semifinale contro la Juventus, quando realizzò un rigore nel 3-1 che spalancò le porte della finale. Sono dettagli che raccontano il carattere: niente acuti da copertina, ma precisione e coraggio nei momenti che contano. Alla Fiorentina Marchesi mette insieme minuti, ruoli e consapevolezze. I tecnici di allora, da Giuseppe Chiappella a Nándor Hidegkuti, ne apprezzano la duttilità e la disciplina: doti che diventeranno l’alfabeto del suo calcio in panchina. Non a caso la sua carriera fiorentina è spesso ricordata nelle cronache storiche del club come l’emblema di un giocatore «di sistema», ante-litteram.

L'AZZURRO DELLA NAZIONALE E GLI ALTRI TRAGUARDI
La serietà del professionista gli vale anche 2 presenze in Nazionale: l’esordio è a Firenze il 15 giugno 1961 in un 4-1 all’Argentina, la conferma arriva l’anno seguente con la Francia. Marchesi non fu un habitué dell’azzurro, frenato pure da qualche infortunio, ma lasciò l’idea di un calciatore integro, preciso nei tempi e nella lettura del gioco. Prima e dopo l’esperienza viola, il suo percorso tocca l’Atalanta, dove conquista una Serie B 1958-1959, e la Lazio, con cui alza nel 1971 la Coppa delle Alpi. Chiude la carriera al Prato nel 1973. Un palmarès ricco, costruito senza clamori, che oggi aiuta a capire perché tanti calciatori abbiano riconosciuto in lui un riferimento di campo prima ancora che un futuro allenatore.

IL PASSAGGIO IN PANCHINA: METODO E RISULTATI
Appesa al chiodo la maglia, Marchesi sceglie la via più difficile: spiegare il calcio agli altri. Parte «dal basso», come si dice, con Montevarchi e Mantova, poi scala le categorie: Ternana, Avellino e il primo approdo in una grande piazza, il Napoli. Tra 1978 e 1982 costruisce una reputazione da tecnico che fa rendere le squadre: blocchi corti, linee vicine, lavoro sui tempi di uscita del difensore e sul primo passaggio del centrocampo. A Napoli centra un notevole 3° posto in Serie A 1980-81, un piazzamento che allora valeva quasi un titolo per una città ancora in cerca di una sua centralità nel calcio italiano. Dopo il Napoli, arrivano Inter (1982-1983) e, più avanti, Juventus (1986-1988). Pochi, pochissimi, riescono a posare lo sguardo da quelle panchine senza venirne schiacciati. Marchesi lo fa con il suo stile sobrio: non un trofeo, è vero, ma due stagioni complesse a Torino nel dopo-Trapattoni, in mezzo alla fine del ciclo di Michel Platini e a una rosa in transizione. A Milano, sponda Inter, affronta l’inevitabile pressione di uno spogliatoio di grandi personalità. In entrambi i casi, lascia ordine e misura, qualità che ritroverà più tardi in piazze ambiziose come Udine e Como.

IL PRIMO NAPOLI DI MARADONA
La pagina più raccontata della sua carriera da allenatore è quella tinta d’azzurro, con un doppio capitolo: la prima esperienza culminata col podio del 1981, e la seconda, 1984-85, che coincide con l’arrivo di Maradona. «Accogliere Diego» non fu un gesto, ma un processo: sintonizzare il genio argentino con i ritmi e le geometrie della Serie A, proteggendolo e proteggendo la squadra, fu un esercizio di equilibrismi tecnico-umani. Marchesi mise le basi, anche caratteriali, per i trionfi che sarebbero arrivati con Ottavio Bianchi e Alberto Bigon: cambio passo nella preparazione, responsabilità condivise, una cornice tattica che desse libertà al fuoriclasse senza scollare il gruppo. Quella stagione di rodaggio si chiuse all’8° posto, ma il girone di ritorno, con una sola sconfitta esterna, a Milano, lasciò la sensazione netta che il futuro fosse già iniziato. È il Marchesi «maestro silenzioso», quello che ricorda con affetto il primo colloquio con Diego e la «correttezza» del loro rapporto, mantenuto anche dopo l’addio. Sono testimonianze che pesano: dicono del rispetto che sapeva generare, del suo modo di guidare senza occupare la scena. In un’epoca di allenatori-primattori, Marchesi scelse deliberatamente il ruolo del regista.

INTER E JUVENTUS, PASSAGGI NON TROPPO FELICI
Non si contano le volte in cui si è detto che la grandezza di una panchina si misura nella difficoltà del momento storico in cui la erediti. A Torino, Marchesi subentra a un’idea di calcio che aveva dominato l’Italia e l’Europa: rifondare non era scontato, e le stagioni 1986-87 e 1987-88 non portano titoli. Ma quel periodo, con Platini ai saluti e una parte dell’ossatura da ripensare, racconta un allenatore coerente: nessun colpo di teatro, nessuna polemica, solo lavoro. Anche per questo, molti ex giocatori ricordano quei mesi come una scuola di serietà. A Milano nerazzurra, nell’1982-1983, Marchesi vive l’ordalia tipica di Appiano Gentile: ambizione altissima, margini stretti. E se i risultati non diventano medaglie, il rispetto, in spogliatoio e tra gli addetti ai lavori, rimane. Tra un grande club e l’altro, la via «di mezzo», Como, Udinese, Venezia, SPAL, Lecce, è tutt’altro che un ripiego: è il laboratorio dove l’allenatore affina principi e strumenti, spesso in contesti dal perimetro economico più stretto. La retrocessione con il Lecce nel 1994 chiude la carriera in panchina, ma non ne scalfisce l’impronta: Marchesi resta il professionista che «porta su» i livelli minimi di squadra e insegna a leggere le partite prima ancora che a giocarle.

FIRENZE, IL CERCHIO CHE SI CHIUDE
Che Marchesi si sia spento proprio a Firenze, il 1º marzo 2026, non è una coincidenza qualsiasi: la città dove si consacrò calciatore diventa il suo ultimo orizzonte. Il mondo viola lo ha salutato con commozione, ricordando quella Coppa delle Coppe 1960-61 che per generazioni ha rappresentato una prova d’esame collettiva: si poteva competere e vincere anche oltreconfine. E Marchesi era lì, dentro quel racconto. A chi oggi vuole fare l’allenatore, Marchesi lascia tre inviti semplici: 1) studiare i particolari senza perdere la visione d’insieme; 2) cercare l’equilibrio nelle cose difficili, perché è lì che si sposta davvero l’asticella; 3) ricordare che le persone vengono prima dei ruoli. È il modo migliore per onorare un tecnico che non ha mai smesso di credere che, dietro ogni vittoria, ci sia sempre una buona idea spiegata bene.

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