Calcio e Politica
04 Marzo 2026
Una notte di marzo, a Seattle, il vento dal Puget Sound sferza le impalcature che cingono lo stadio in vista dell’estate. Nella città che attende il debutto mondiale di Egitto–Iran del 26 giugno, nei bar si parla di tattica e di traffico, di biglietti e di fan zone. Ma sulle lavagne, accanto alle probabili formazioni, è comparsa da qualche giorno una domanda: “Ci sarà l’Iran?”. È il contrappunto più inatteso a un conto alla rovescia che, a 100 giorni dall’11 giugno 2026, dovrebbe suonare solo di calcio. E invece, il torneo più grande di sempre – 104 partite in 39 giorni, per la prima volta con 48 nazionali – avanza tra promesse di spettacolo e ombre geopolitiche difficili da ignorare.
La notizia che ha agitato il pre-Mondiale è arrivata a cavallo tra 1 e 3 marzo 2026: il presidente della Federcalcio iraniana, Mehdi Taj, ha dichiarato di non poter garantire, “dopo questo attacco”, la partecipazione dell’Iran alle partite negli Stati Uniti. Si tratta dei match del Girone G contro Nuova Zelanda (15 giugno, Inglewood/Los Angeles), Belgio (21 giugno, Los Angeles) e Egitto (26 giugno, Seattle). Le sue parole – riportate da agenzie e grandi testate – danno conto di un contesto reso incandescente dai recenti raid militari e dalle conseguenze interne in Iran. Al momento, non c’è un ritiro ufficiale: la FIFA monitora, i comitati organizzatori locali proseguono i preparativi.
Cosa accadrebbe se l’Iran si chiamasse fuori? I regolamenti riconoscono alla FIFA ampi margini per gestire ritiri e sostituzioni prima dell’inizio del torneo. Diverse ricostruzioni hanno indicato Iraq o Emirati Arabi Uniti come potenziali subentranti in caso di rinuncia di una rappresentante AFC, ma si tratta – sottolineiamolo – di scenari ipotetici, da confermare eventualmente con un atto formale. In assenza di una decisione ufficiale, restano validi calendario, sedi e biglietteria previsti per il Girone G.
Sul piano operativo, città come Seattle stanno già valutando piani di contingenza per la gestione di flussi, sicurezza e ticketing laddove si rendessero necessarie variazioni dell’avversaria o della data. Al momento, tuttavia, la linea è “business as usual”: programmazione confermata finché la FIFA non deciderà diversamente.
Nelle scorse settimane si sono rincorse voci e prese di posizione su possibili boicottaggi europei per ragioni politiche, in particolare legate alle politiche statunitensi su immigrazione, dazi e temi di ordine pubblico. È importante distinguere:
La cornice è dunque chiara: il tema “boicottaggio” esiste come discussione nell’opinione pubblica e in alcune figure dirigenziali, ma le federazioni interessate – in testa la DFB – hanno chiuso la porta a scelte estreme. Un’eventuale escalation geopolitica, è evidente, potrebbe rimettere tutto in discussione, ma allo stato dei fatti le nazionali europee programmano normalmente il proprio cammino tecnico, logistico e mediatico verso giugno 2026.
Le dichiarazioni di Mehdi Taj sono arrivate tramite l’eco delle principali agenzie: “Dopo questo attacco, non possiamo guardare al Mondiale con speranza”. Il senso è duplice: da un lato il tema sicurezza di una nazionale chiamata a giocare su suolo statunitense; dall’altro, il segnale politico interno a un Paese scosso. Dalla FIFA, per ora, nessun annuncio di sanzioni o sostituzioni: “si monitora”. Le prossime settimane saranno decisive per capire se le parole resteranno tali o si tradurranno in un atto ufficiale.
Per la FIFA, il successo del Mondiale 2026 non è solo sportivo. È un test sulla capacità di governare un torneo tricontinentale, in cui la varietà di regole, culture e sensibilità politiche impone decisioni solide e comunicazioni tempestive. La scelta del format a 48 – sostenuta a suo tempo dal presidente Gianni Infantino – è una scommessa sportiva ed economica: più partite, più storie, più mercati da raggiungere. Ma anche più variabili da controllare. La gestione del “caso Iran” – qualunque sia l’esito – sarà un banco di prova della governance e dell’abilità di proteggere l’“integrità competitiva” senza perdere di vista la sicurezza.
A 100 giorni dall’11 giugno 2026, la Coppa del Mondo è un grande romanzo aperto. Le prime righe dicono che il calcio vincerà se saprà tenere insieme diritti, sicurezza e gioco. I capitoli che mancano – dalla definitiva posizione dell’Iran alle rifiniture logistiche nelle 16 città – dipenderanno da scelte politiche e istituzionali. Ma il finale lo scriveranno come sempre i palloni che rotolano: in Messico, Canada e USA, dove l’estate proverà a restituire all’anno 2026 il suo protagonista naturale, il campo.