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Mondiali 2026

La scure del presidente sui Mondiali 2026: «Non mi interessa se ci sarà l'Iran o meno»

Tra geopolitica, sicurezza e calendario: perché il caso internazionale rischia di diventare il nervo scoperto della Coppa del Mondo

USA - DONALD TRUMP

Donald Trump ha espresso pubblicamente il suo disinteresse per la partecipazione o meno dell'Iran ai Mondiali 2026 in USA

Allo SoFi Stadium di Inglewood si prova l’impianto luci per il primo Iran-Belgio della storia del Mondiale. Sugli schermi, una grafica essenziale: «Group G - Matchday». Fuori, un vento caldo spazza il parcheggio. Dentro, gli addetti ripassano i protocolli di sicurezza. Poi, a mezzogiorno, rimbalza la frase che gela l’aria: «I really don’t care». È la risposta del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, quando gli chiedono se l’Iran sarà ai Mondiali 2026. «È un Paese gravemente sconfitto, va in pezzi», aggiunge. Il cronometro intanto corre: all’apertura del torneo mancano meno di 100 giorni. E la domanda, d’improvviso, non è più se la palla rotolerà. È: chi la calcerà davvero?

UN'USCITA CHE PESA, NEL GIORNO SBAGLIATO
Le parole di Trump arrivano all’indomani di un nuovo scatto della crisi mediorientale e seguono l’assenza della delegazione iraniana a un summit di FIFA ad Atlanta. La posizione del presidente suona come un via libera implicito a ogni scenario, compresa l’ipotesi estrema del ritiro di Team Melli. «Non mi interessa se l’Iran ci sarà o meno», ribadisce nell’intervista: un messaggio che intreccia politica, sicurezza e logistica di un torneo disseminato in 16 città tra USA, Canada e Messico.

COSA DICE LA FIFA: MONITORAGGIO, PRUDENZA E NESSUNA DECISIONE
Mentre la Casa Bianca irrigidisce i toni, la FIFA sceglie la linea della cautela. «Monitoriamo gli sviluppi», ha detto il segretario generale Mattias Grafström, senza entrare nel merito della partecipazione iraniana. È la formula con cui Zurigo prova a tenere insieme due esigenze: garantire un Mondiale «sicuro e inclusivo» e non cristallizzare decisioni che, prese oggi, rischierebbero di essere smentite fra poche settimane.

LA POSIZIONE DI TEHERAN: «GUARDARE CON SPERANZA AL MONDIALE? DIFFICILE»
Dall’altra parte, il presidente della Federazione iraniana, Mehdi Taj, si è mostrato scettico: «Dopo questo attacco, è difficile guardare con speranza alla Coppa del Mondo», ha dichiarato in TV. Una frase che ha il peso di un preludio, ma che non equivale, ancora, a un annuncio formale di ritiro. In queste ore, a Teheran, politica e sport valutano costi, rischi e simboli di un’eventuale rinuncia.

A CHE PUNTO SIAMO: IL QUADRO SPORTIVO DEL GIRONE G
1) L’Iran è inserito nel Gruppo G con Belgio, Egitto e Nuova Zelanda. È un raggruppamento inedito, distribuito lungo la costa ovest nordamericana: Los Angeles (SoFi Stadium), Seattle (Lumen Field) e Vancouver (BC Place). 2) Le date già fissate: debutto contro la Nuova Zelanda a Los Angeles il 15 giugno 2026, poi Belgio ancora a Los Angeles il 21 giugno, infine Egitto a Seattle il 26 giugno. Tre tappe che accorciano gli spostamenti e alzano la temperatura della contesa tecnica. Se tutto resterà com’è oggi, la fase a eliminazione diretta potrebbe regalare un incrocio dal sapore geopolitico: la seconda del Gruppo D contro la seconda del Gruppo G il 3 luglio 2026 ad Arlington (Dallas Stadium/AT&T Stadium). Tradotto: se USA e Iran chiudessero entrambe al secondo posto, sarebbe di nuovo sfida mondiale, a 30 anni dalla notte di Lione 1998 e a 4 da Doha 2022. È un’ipotesi, ma è scritta nero su bianco nel calendario ufficiale.

LE PAROLE CHE SPOSTANO: PERCHÈ QUELLE DI TRUMP PESANO MAGGIORMENTE RISPETTO ALLE ALTRE
L’uscita di Trump non è solo ruvida: è situazionale. Arriva mentre negli USA si discute di fan zone ridimensionate, ticketing sotto pressione, protocolli di sicurezza da armonizzare in 16 sedi e una cornice internazionale in ebollizione. Dire «non mi interessa» ha dunque una doppia lettura: 1) politica estera: ribadisce una linea di forza verso Teheran («Paese gravemente sconfitto»), con il rischio però di irrigidire la controparte proprio sul terreno simbolico dello sport; 2) gestione evento: segnala che, se anche l’Iran non ci fosse, il torneo andrà comunque avanti, con l’inevitabile domino organizzativo che ne consegue. A corroborare il clima, varie testate internazionali hanno ripreso e contestualizzato le frasi, legandole all’escalation in Iran e alle incognite logistiche.

REGOLAMENTO, PROVVEDIMENTI E POSSIBILITÀ DI RIMPIAZZO
Di ufficiale non c’è nulla. Ma i regolamenti FIFA offrono margini di manovra in caso di rinuncia prima dell’inizio del torneo. Diverse ricostruzioni giornalistiche indicano due possibili percorsi: 1) riassegnazione del posto a una nazionale della stessa confederazione, rispettando criteri sportivi e di merito; 2) ripescaggio via «lista d’attesa» (playoff o ranking) con soluzioni d’emergenza, calibrate su tempi e visti. Nelle scorse ore sono circolate ipotesi, da prendere con cautela, su Iraq o Emirati Arabi Uniti come possibili candidate, mentre FIFA per ora non conferma nulla e mantiene il profilo basso.

CONCLUSIONE: IL MONDIALE CORRE, LA POLITICA INSEGUE
C’è un Mondiale che avanza a grandi falcate, meno di 100 giorni all’inizio, e una politica che lo tallona, provando a piegarlo, usarlo, raccontarlo. La dichiarazione di Donald Trump ha il suono di uno spartiacque: per la FIFA, per le città ospitanti, per l’Iran. In Gruppo G si contano i giorni e si misurano i rischi: da Los Angeles a Seattle, ogni checkpoint è pronto a scattare dal piano A al piano B. Ma finché il tabellone dirà Belgio-Egitto-Iran-Nuova Zelanda, la palla resterà al centro, anche solo come atto di fiducia nel calcio che regge le turbolenze del mondo. E il 3 luglio, a Dallas, una casella del calendario ricorderà che il confine tra sport e politica, in questo 2026, è sottile come una riga di gesso.

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