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05 Marzo 2026
FIORENTINA AMRABAT • Il trequartista marocchino ai tempi della viola (foto: acffiorentina.com)
Chi c’era se lo ricorda. Nel 1968 usciva Zio Paperone e il Tempio d’oro, storia Disney ambientata in Egitto, in cui Paperone e i suoi nipoti si mettono alla ricerca del fantomatico tempio d’oro. Tra gli ostacoli incontrati c’è anche la difficoltà di trovare qualcosa da mangiare: un oste spiega loro che bisogna aspettare che «il filo bianco sia uguale al filo nero», cioè che il sole tramonti, secondo il Ramadan. È uno dei primi esempi in cui l’immaginario occidentale si confronta, anche in forma leggera, con una tradizione religiosa diversa dalla propria. Oggi quella scena non sorprende più: il Ramadan è una pratica conosciuta e riconosciuta, un mese sacro dell’Islam durante il quale si osserva il digiuno dall’alba al tramonto. È il nono mese del calendario islamico e nel 2026 cade tra il 18 febbraio e il 20 marzo. Ma cosa accade quando questo tempo di purificazione spirituale, riflessione e disciplina incontra il mondo dello sport? Un esempio lampante viene dal 2023 quando durante Inter - Fiorentina Luca Ranieri avrebbe finto un infortunio per permettere a Sofyan Amrabat, unico musulmano in campo, di interrompere il Ramadan per rifocillarsi. Un gesto che racconta quanto il sostegno della squadra posso essere fondamentale.
Il digiuno rituale, il sawm, è uno dei cinque pilastri dell’Islam. Non è soltanto astensione dal cibo e dall’acqua: è esercizio di autocontrollo, consapevolezza, responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Chi pratica sport fin da piccolo riconosce in questi concetti qualcosa di familiare. Non è un caso che negli ultimi anni il legame tra Islam e calcio, ma più in generale tra Islam e sport professionistico, sia diventato sempre più visibile. Molti atleti musulmani di alto livello vivono apertamente la propria fede e trovano nel sostegno di tifosi, compagni e società la chiave per conciliare spiritualità e prestazione.
Il punto non è se sia possibile fare sport durante il Ramadan. La domanda vera è: a quali condizioni? Per un atleta, il digiuno dall’alba al tramonto comporta sfide specifiche. L’assenza di idratazione durante le ore diurne, soprattutto in presenza di allenamenti intensi, può incidere sulla performance. I due momenti chiave diventano: Suhoor, il pasto prima dell’alba e Iftar, il pasto che interrompe il digiuno al tramonto. La loro pianificazione è fondamentale. Devono garantire un adeguato apporto di nutrienti, liquidi e sali minerali, evitando squilibri che possano compromettere salute e rendimento.
Dal punto di vista scientifico, alcuni studi evidenziano come la restrizione calorica e idrica possa ridurre temporaneamente la performance aerobica e forza muscolare. Altri lavori mostrano però che, con una gestione attenta di alimentazione, recupero e carichi di lavoro, è possibile mantenere livelli di prestazione soddisfacenti. Il corpo, infatti, si adatta: modifica il metabolismo energetico, aumenta l’utilizzo dei grassi come fonte primaria e riduce la dipendenza dai carboidrati. È un equilibrio delicato, ma non impossibile.
Non c’è solo il fisico. La riduzione dell’apporto energetico e la disidratazione possono incidere su concentrazione, lucidità e tono dell’umore. La stanchezza mentale è un fattore reale, soprattutto in competizioni ad alta intensità decisionale. Eppure molti atleti raccontano anche l’altra faccia della medaglia: maggiore disciplina, resilienza, capacità di gestione della pressione. Il Ramadan, per chi lo vive come scelta consapevole, può rafforzare il controllo emotivo e la concentrazione sugli obiettivi. Ancora una volta, non è una questione di bianco o nero. È una questione di equilibrio.
Nei Paesi a maggioranza musulmana, durante il Ramadan l’intero sistema sociale si adatta: gli orari di lavoro terminano prima, le attività si spostano alla sera, anche gli allenamenti diventano notturni. La quotidianità si rimodella attorno al mese sacro. In Europa questo non accade. L’atleta deve conciliare due sistemi: quello sportivo, con i suoi calendari rigidi, e quello religioso. Come spiegano molti professionisti, il digiuno in sé non è l’ostacolo principale; lo è l’incastro tra sonno, alimentazione, viaggi, partite e recupero. Il supporto diventa quindi fondamentale: compagni, allenatori, staff tecnico e società possono fare la differenza. A volte bastano piccoli accorgimenti come modulare i carichi nelle ore più calde o programmare sedute più intense dopo l’Iftar.
In alcuni campionati, come la Premier League, è stata introdotta la possibilità di brevi interruzioni per consentire ai giocatori musulmani di spezzare il digiuno. Un gesto semplice, ma simbolicamente potente. Altrove prevale un’impostazione diversa. La federazione calcistica francese, ad esempio, ha ribadito la propria contrarietà a interruzioni legate a motivazioni religiose, richiamandosi al principio di laicità e alla separazione tra sfera sportiva e sfera confessionale.
In assenza di una normativa ufficiale, come accade in altri Paesi europei, in Italia la disciplina di gioco non contempla specifici momenti di interruzione per motivi di digiuno religioso. Le pratiche di accomodamento dipendono più da decisioni di club e arbitraggio di partita, che da regolamenti federali ufficiali. Matteo Pincinella, dall 2016 nutrizionista della Nazionale e al tempo stesso Responsabile dei nutrizionisti nell’area performance e ricerca del Club Italia ha disposto nel 2025 un programma didattico sulla "Nutrizione applicata al calcio". Il Responsabile ha chiarito l'ampiezza dell'approccio formativo: «All’interno del programma didattico non ci sarà solo la materia della Nutrizione, ma anche tutto ciò che ci sta intorno: dal doping agli aspetti psicologici legati all’alimentazione, dalle differenze di genere ai temi legati alla nutrizione nelle differenti fedi religiose, perché ad esempio è giusto essere preparati all’alimentazione di un atleta che stia osservando il periodo di digiuno durante il Ramadan».
L’ordinamento sportivo gode certamente di autonomia regolamentare; tuttavia, come ogni sistema normativo operante nell’ambito dello Stato, si inserisce in un quadro più ampio di principi e garanzie fondamentali. In Italia, la libertà religiosa è garantita dalla Costituzione. Gli articoli 3, 7, 8, 19 e 20 sanciscono: il principio di non discriminazione su base religiosa, l’uguaglianza di tutte le confessioni davanti alla legge, il diritto di professare liberamente la propria fede, in pubblico e in privato, infine il divieto di discriminazioni o oneri speciali verso enti religiosi. Accanto a questi, gli articoli 2, 17, 18 e 21 rafforzano il quadro delle libertà fondamentali, includendo espressione, associazione e riunione. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 203 del 1989, ha definito la laicità come principio supremo: non indifferenza dello Stato verso le religioni, ma garanzia del pluralismo e della libertà confessionale. Applicato allo sport, questo significa che non sarebbe legittimo impedire a un atleta di osservare un precetto religioso, come il digiuno del Ramadan, se la sua condotta non viola norme di ordine pubblico o buon costume. Il punto giuridico è chiaro: la libertà religiosa non si sospende nello spogliatoio.
Il Ramadan non mette in crisi lo sport. Mette alla prova i sistemi. Chiede organizzazione, dialogo, capacità di adattamento. Non impone di stravolgere calendari o principi, ma invita a interrogarsi su come conciliare esigenze diverse in uno spazio condiviso. In fondo, disciplina, rispetto e consapevolezza sono valori comuni tanto al gesto atletico quanto alla dimensione spirituale. Riconoscerlo non significa prendere posizione religiosa; significa comprendere che lo sport, se vuole essere davvero universale, deve saper convivere con la pluralità delle identità che lo abitano. Non si tratta di concedere privilegi. Si tratta di garantire diritti.