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I tifosi juventini lo chiamavano «Farfallino» per il suo fisico leggero ma lui segnava pesante in serie A già a 19 anni

Il ritratto di Felice Borel II: 158 gol con la Juventus, due volte capocannoniere (1932-33 con 29 gol, 1933-34 con 31), campione del mondo con l’Italia nel 1934

Felice Placido Borel II

Felice Placido Borel II

Nizza, la famiglia e quel numero romano che ti appiccicano addosso

Ci sono cognomi che nel calcio non arrivano: continuano. Borel è uno di quelli. Felice nasce a Nizza il 5 aprile 1914, ma più che la geografia qui conta la genealogia: in casa il pallone è già una lingua. E siccome c’è anche un fratello maggiore che gioca, il calcio italiano fa la cosa più semplice e più crudele che sa fare: per distinguerli li numera. Borel I e Borel II. Così Felice si porta addosso un “II” che non è una seconda scelta: è un marchio d’epoca, un’etichetta che lui trasforma in firma.

Sembra un ragazzo leggero, quasi fragile, uno che a vederlo non diresti mai “centravanti”. E infatti proprio per questo il soprannome arriva naturale: Farfallino. Un nomignolo che potrebbe sembrare tenero, se poi non ci fosse il resto: la capacità di sparire dal controllo e riapparire dove fa male.

La Juventus, l’esordio e il campionato preso a morsi

Il suo ingresso vero è la stagione 1932-33. E qui succede una cosa che oggi ci sembra statistica, ma allora era uno schiaffo alla gerarchia: un ragazzo di 19 anni diventa capocannoniere di Serie A con 29 gol in 28 partite, record di precocità che la Juventus ricorda ancora come una specie di miracolo sobrio. In quello stesso campionato, la Juve vince anche lo scudetto. È l’inizio perfetto di una storia che perfetta non sarà mai, perché il calcio non lo è, ma che in quel momento sembra disegnata con mano sicura.

Il bello è che non lo fa con la posa del predestinato. Lo fa con la naturalezza di chi entra in partita e la rende casa propria. Non è un centravanti che urla la sua presenza: la scrive. E quando finisce l’azione, spesso la firma è la sua.

Due volte re del gol, e non per caso

L’anno dopo, 1933-34, non si limita a confermarsi. Raddoppia la prova: 31 gol e di nuovo capocannoniere. Due volte di fila, all’inizio della carriera, in un campionato che non regalava niente e che trattava i giovani con sospetto. Non è solo talento: è mestiere che arriva presto. È l’istinto che si organizza.

E mentre lui segna, la Juventus attraversa il suo (primo) grande ciclo: scudetti 1932-33, 1933-34, 1934-35. Un triennio che, visto da oggi, sembra una dinastia; vissuto allora, era soprattutto un’abitudine alla vittoria che qualcuno doveva alimentare ogni domenica. Borel lo fa nel modo più semplice: spostando il tabellino.

Il centravanti che non era solo centravanti

Farfallino non è soltanto “uno che segna”. È uno che si muove, che scivola via, che appare dove il difensore non ha ancora capito di dover guardare. Le ricostruzioni lo descrivono come rapido, tecnico, capace anche di rifinire e di dribblare, e col tempo persino di arretrare il raggio d’azione. In pratica: un attaccante che non è inchiodato a una definizione sola, ma cambia pelle senza perdere l’odore del gol.

E questa cosa, nel calcio degli anni Trenta, è quasi modernità pura: il “centravanti” che resta centravanti anche quando non sta fermo al centro.

L’azzurro e l’estate più pesante

In Nazionale non ha un capitolo lungo. Ha un capitolo simbolico. Fa parte dell’Italia campione del mondo nel 1934 e gioca una partita nel torneo: il quarto di finale contro la Spagna, nello spareggio del 1° giugno 1934. È il tipo di presenza che, nei racconti, rischia di sembrare marginale; ma la verità è che stare dentro una Nazionale di Pozzo in quel momento storico era già un’investitura, e lui quella medaglia la porta come si porta una cosa importante ma non esibita.

Torino, la guerra, il calcio che cambia faccia

Poi arriva il tempo che spezza le carriere. La guerra cambia tutto: calendari, squadre, normalità. Borel passa anche dal Torino (1941-42) e poi torna alla Juventus in un periodo anomalo, assumendo anche il ruolo di giocatore-allenatore. È una fase che non va letta come “coda”, ma come resistenza: continuare a stare nel calcio quando il calcio stesso fatica a stare in piedi.

L’ultima parte e la scelta di non restare una figurina

Chiude con apparizioni brevi altrove, poi rimane nel gioco con ruoli tecnici. La sua carriera non si chiude con un sipario luminoso; si chiude come si chiudono molte storie vere: con un progressivo arretramento dalla ribalta, senza bisogno di fare rumore per ricordare che c’è stato.

E però resta una cosa che non si può togliere: 158 gol con la Juventus e due titoli di capocannoniere conquistati quando era poco più di un ragazzo. La Juventus lo inserisce nel suo Hall of Fame proprio perché, al netto delle epoche e delle mode, certe firme non sbiadiscono.

Felice Borel II è stato un paradosso perfetto: Farfallino di soprannome, ma con un gol che pesava. Un ragazzo che sembrava passare leggero e invece lasciava graffi profondi, come certe cose che ti accorgi di aver perso solo quando non le hai più.

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