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07 Marzo 2026
Felice Placido Borel II
Ci sono cognomi che nel calcio non arrivano: continuano. Borel è uno di quelli. Felice nasce a Nizza il 5 aprile 1914, ma più che la geografia qui conta la genealogia: in casa il pallone è già una lingua. E siccome c’è anche un fratello maggiore che gioca, il calcio italiano fa la cosa più semplice e più crudele che sa fare: per distinguerli li numera. Borel I e Borel II. Così Felice si porta addosso un “II” che non è una seconda scelta: è un marchio d’epoca, un’etichetta che lui trasforma in firma.
Sembra un ragazzo leggero, quasi fragile, uno che a vederlo non diresti mai “centravanti”. E infatti proprio per questo il soprannome arriva naturale: Farfallino. Un nomignolo che potrebbe sembrare tenero, se poi non ci fosse il resto: la capacità di sparire dal controllo e riapparire dove fa male.
Il suo ingresso vero è la stagione 1932-33. E qui succede una cosa che oggi ci sembra statistica, ma allora era uno schiaffo alla gerarchia: un ragazzo di 19 anni diventa capocannoniere di Serie A con 29 gol in 28 partite, record di precocità che la Juventus ricorda ancora come una specie di miracolo sobrio. In quello stesso campionato, la Juve vince anche lo scudetto. È l’inizio perfetto di una storia che perfetta non sarà mai, perché il calcio non lo è, ma che in quel momento sembra disegnata con mano sicura.
Il bello è che non lo fa con la posa del predestinato. Lo fa con la naturalezza di chi entra in partita e la rende casa propria. Non è un centravanti che urla la sua presenza: la scrive. E quando finisce l’azione, spesso la firma è la sua.
L’anno dopo, 1933-34, non si limita a confermarsi. Raddoppia la prova: 31 gol e di nuovo capocannoniere. Due volte di fila, all’inizio della carriera, in un campionato che non regalava niente e che trattava i giovani con sospetto. Non è solo talento: è mestiere che arriva presto. È l’istinto che si organizza.
E mentre lui segna, la Juventus attraversa il suo (primo) grande ciclo: scudetti 1932-33, 1933-34, 1934-35. Un triennio che, visto da oggi, sembra una dinastia; vissuto allora, era soprattutto un’abitudine alla vittoria che qualcuno doveva alimentare ogni domenica. Borel lo fa nel modo più semplice: spostando il tabellino.
Farfallino non è soltanto “uno che segna”. È uno che si muove, che scivola via, che appare dove il difensore non ha ancora capito di dover guardare. Le ricostruzioni lo descrivono come rapido, tecnico, capace anche di rifinire e di dribblare, e col tempo persino di arretrare il raggio d’azione. In pratica: un attaccante che non è inchiodato a una definizione sola, ma cambia pelle senza perdere l’odore del gol.
E questa cosa, nel calcio degli anni Trenta, è quasi modernità pura: il “centravanti” che resta centravanti anche quando non sta fermo al centro.
In Nazionale non ha un capitolo lungo. Ha un capitolo simbolico. Fa parte dell’Italia campione del mondo nel 1934 e gioca una partita nel torneo: il quarto di finale contro la Spagna, nello spareggio del 1° giugno 1934. È il tipo di presenza che, nei racconti, rischia di sembrare marginale; ma la verità è che stare dentro una Nazionale di Pozzo in quel momento storico era già un’investitura, e lui quella medaglia la porta come si porta una cosa importante ma non esibita.
Poi arriva il tempo che spezza le carriere. La guerra cambia tutto: calendari, squadre, normalità. Borel passa anche dal Torino (1941-42) e poi torna alla Juventus in un periodo anomalo, assumendo anche il ruolo di giocatore-allenatore. È una fase che non va letta come “coda”, ma come resistenza: continuare a stare nel calcio quando il calcio stesso fatica a stare in piedi.
Chiude con apparizioni brevi altrove, poi rimane nel gioco con ruoli tecnici. La sua carriera non si chiude con un sipario luminoso; si chiude come si chiudono molte storie vere: con un progressivo arretramento dalla ribalta, senza bisogno di fare rumore per ricordare che c’è stato.
E però resta una cosa che non si può togliere: 158 gol con la Juventus e due titoli di capocannoniere conquistati quando era poco più di un ragazzo. La Juventus lo inserisce nel suo Hall of Fame proprio perché, al netto delle epoche e delle mode, certe firme non sbiadiscono.
Felice Borel II è stato un paradosso perfetto: Farfallino di soprannome, ma con un gol che pesava. Un ragazzo che sembrava passare leggero e invece lasciava graffi profondi, come certe cose che ti accorgi di aver perso solo quando non le hai più.