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Il “corsaro nero” che accese Testaccio a colpi di sinistro e poi sparì di corsa, come se la storia non volesse trattenerlo

Il ritratto di Enrique Guaita: l’ala che segnò 28 gol in una stagione e poi sparì nel nulla, preferendo l’oceano a morire in guerra

Enrique Guaita

Enrique Guaita

Nogoyá, il sangue misto e un’ala che correva come un taglio

C’è un tipo di giocatore che non “arriva” in una squadra: la attraversa. Ti lascia addosso un’impressione netta, poi sembra già altrove. Enrique Guaita era così. Treccani lo definisce ala sinistra, attaccante di grande tecnica e velocità, uno che viveva sullo scatto e sul tiro improvviso.

Nasce a Nogoyá, Argentina, il 15 luglio 1910. E già la prima riga contiene la sua natura: Argentina–Italia, frontiera doppia, identità che nel calcio di quegli anni diventa perfino una categoria: oriundo.

Estudiantes, prima di Roma: la scuola del gol senza posa

Cresce nell’Estudiantes (1931-33), in un calcio argentino dove l’esterno non è un ornamento ma un’arma. Non è l’ala che “fa scena” sulla fascia: è quella che entra dentro la partita e ci lascia un graffio. I numeri d’archivio indicano una produzione importante già lì, abbastanza per renderlo esportabile, desiderabile, pronto.

E poi arriva l’Italia. E arriva Roma.

Testaccio: quando un soprannome diventa una dichiarazione

A Roma sbarca nel 1933. Esordisce in Serie A il 10 settembre 1933 (Brescia–Roma, 1-0). Ma la sua storia romanista non è una sequenza di date: è un colpo d’occhio. Un’ala che corre, rientra, calcia. E che in poco tempo diventa un idolo.

Il soprannome nasce quasi subito: “corsaro nero”. Treccani lo registra esplicitamente (in Argentina lo chiamavano “el indio”, in Italia “corsaro nero”). È un soprannome che non serve a fare folklore: serve a raccontare un clima. Quella Roma di maglie scure, di stadio vicino, di pubblico che sente tutto. E un’ala che sembra arrivare dal buio per mettere la partita in disordine.

1934-35: 28 gol, un record, e una città che non dorme più

Il punto più alto è la stagione 1934-35. Guaita diventa capocannoniere della Serie A con 28 gol in 29 partite: Treccani sottolinea che è un record nei campionati a 16 squadre, ancora ricordato come tale.

Qui sta la cosa difficile da rendere a parole: non è solo “tanto”. È tanto in un calcio che non regalava nulla, in un torneo che non era un parco giochi per gli attaccanti, in un’epoca in cui segnare significava spesso farsi male, prendere botte, rialzarsi e riprovarci con il pallone che rimbalza storto. E lui, con la leggerezza dell’ala e la cattiveria del finalizzatore, fa una stagione che resta come una ferita felice nella memoria romanista.

L’Italia: l’oriundo che entra nella storia con un Mondiale

Nel frattempo diventa anche nazionale italiana: 10 presenze e 5 gol, esordio l’11 febbraio 1934 in Italia–Austria 2-4.

E poi c’è il Mondiale 1934. Guaita è nel gruppo campione del mondo. Treccani è netta: quattro partite, un gol nel torneo. Non è un nome messo lì per completare la lista: è un giocatore realmente utilizzato in un Mondiale giocato in casa, con tutto il peso che questo comportava.

Il suo capitolo azzurro è breve ma densissimo: è uno di quei casi in cui non fai in tempo a costruire una lunga “carriera in Nazionale”, però fai in tempo a entrare nel punto più alto possibile della storia.

La fuga del 1935: la guerra che entra nel calcio

E poi, improvvisamente, la crepa. Nel 1935 Guaita rientra in Argentina insieme a Scopelli e Stagnaro: Treccani lo dice con chiarezza, lo fa nel timore di essere chiamato alle armi e finire in Africa. È il tempo della guerra d’Etiopia, e il calcio, per un attimo, torna a essere ciò che è sempre stato sotto la superficie: qualcosa che vive dentro la storia vera, non fuori.

Qui il personaggio si fa ancora più interessante perché fa una cosa: scappa. Sceglie la vita, mette fra sé e la guerra la distanza, evita di diventare carne da macello da spedire lontano. È un gesto che rompe la narrazione del campione lineare e lo rende più umano.

Racing, il ritorno all’Estudiantes e la fine precoce

In patria gioca nel Racing (1936-37) e poi torna all’Estudiantes (1938-39). La sua carriera europea, quella che avrebbe potuto allungarsi e sedimentarsi, resta invece un lampo: Roma, un record, un Mondiale, e via.

Muore giovane. Treccani indica la morte a Buenos Aires, 10 maggio 1959, per tumore, a meno di 49 anni. Un finale che lascia sempre la stessa sensazione: una vita in cui tutto è stato rapido, anche l’uscita di scena.

Guaita ha quella forma da meteora che nel calcio resta addosso più delle carriere lunghissime. Un’ala che diventa cannoniere, un oriundo che vince un Mondiale, un idolo di Testaccio che fa un record e poi sparisce prima che la città possa abituarsi davvero alla sua presenza.

Non fu un uomo da lunga permanenza. Fu un uomo da impatto: arrivava, tagliava la partita, e lasciava dietro di sé il rumore di una porta che non si richiudeva subito.

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