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10 Marzo 2026
Herminio Masantonio
Ensenada non è un nome da copertina: è un luogo da fatica. Provincia portuale, aria dura, spalle larghe. Herminio Masantonio nasce lì, il 5 agosto 1910, e già questa prima riga sembra spiegare il suo destino: un centravanti che non avrebbe mai avuto bisogno di ornamenti.
Prima del grande calcio c’è la trafila vera, quella che non fa rumore: Sportivo Villa Albino, leghe locali, campi irregolari, palloni che rimbalzano male. Aveva anche un’altra tentazione addosso — la boxe — come se il corpo volesse scegliere da solo in che modo farsi rispettare. Poi arriva Huracán, e lì capiscono subito che quel ragazzo non era nato per schivare: era nato per colpire.
A Parque Patricios non regalano i soprannomi: li assegnano quando sei inconfondibile. Masantonio diventa “El Mortero”, il mortaio. Non perché fosse solo forte: perché il suo gol sembrava arrivare con lo stesso suono di una cosa che cade pesante e non lascia discussione. Attorno a lui nasce perfino un tango, “El Mortero del Globito”, come se il quartiere avesse bisogno di una musica per raccontare quel tipo di tiro.
Il bello, con Masantonio, è che non stai parlando di un attaccante “da una stagione”. Stai parlando di uno che ha trasformato la porta in una pratica quotidiana, quasi un mestiere pubblico.
Con l’Huracán gioca quasi tutta la carriera. E i numeri, qui, non sono cronaca: sono architettura. 349 presenze e 254 gol con il Globo, record di miglior marcatore del club.
Ci sono goleador che “passano”. Masantonio resta. Resta così tanto che a un certo punto non è più un calciatore: è una misura. Una scala interna con cui i tifosi giudicano tutto ciò che viene dopo.
E mentre lui segna, il campionato argentino cambia pelle, diventa più organizzato, più competitivo, più “serio”. Lui resta uguale: stesso istinto, stessa ferocia, stessa capacità di trovare la porta anche quando la partita diventa sporca, quando il terreno ti ruba il passo e il pallone ti tradisce.
Fuori dal recinto del club, Masantonio è indicato anche come terzo miglior marcatore di sempre della Primera División con 253 gol in 358 partite.
È un dato che fa una cosa precisa: separa i grandi dagli irripetibili. Perché 253 non è “tanto”: è un paesaggio. È una lunga permanenza nel punto più difficile del calcio, quello in cui il gol smette di essere fortuna e diventa responsabilità.
Eppure c’è un dettaglio ancora più rivelatore: non fu mai capocannoniere di una singola stagione.
Cioè: non vinse il titolo del “migliore” nell’anno X, ma rimase costantemente tra i migliori abbastanza a lungo da diventare storia. È una forma di grandezza più severa: meno brillante, più definitiva.
In Nazionale ha un dato che quasi non sembra vero: 19 presenze, 21 gol.
Non è un capitolo lungo, è un capitolo densissimo. Masantonio entra e segna. Come se l’azzurro non fosse un salto di livello ma soltanto un’altra porta su cui lavorare.
E poi c’è il suo modo di diventare leggenda anche nelle competizioni sudamericane: è capocannoniere del Sudamericano (Copa América) nel 1935 e nel 1942, e in totale segna 11 gol in quella manifestazione.
Sono tornei che non ti concedono giornate facili, e proprio per questo contano: lì si vede chi è davvero centravanti e chi è solo un buon finalizzatore di club.
L’Italia direbbe “gol lampo”. L’Argentina, con Masantonio, può dire una cosa più precisa: secondo le ricostruzioni riportate dalle fonti italiane, segnò dopo 23 secondi in una partita della Copa Lipton contro l’Uruguay (11 novembre 1937).
Ventitré secondi non sono un episodio: sono un manifesto. Significa che il centravanti era già pronto prima ancora che la partita cominciasse davvero. Che il suo mestiere non era aspettare: era colpire.
Nel 1943 se ne va per un anno al Defensor in Uruguay, poi rientra e passa anche da Banfield, e infine torna ancora all’Huracán per un’ultima stagione.
È una chiusura da uomo d’epoca: anche quando si sposta, il suo baricentro resta sempre lì, nel quartiere che lo aveva adottato come un simbolo.
Muore di cancro l’11 settembre 1956, a 46 anni.
E il resto è memoria concreta: tributi, monumento, strada col suo nome a Parque Patricios.
Perché Masantonio non è rimasto in vita nei montaggi: è rimasto nei luoghi. Nel linguaggio dei tifosi. Nel modo in cui un quartiere racconta ancora oggi la differenza tra “un gol” e “il gol di uno che era inevitabile”.
HERMINIO MASANTONIO
254 gol con l’Huracán | 253 gol in Primera | 19 presenze, 21 gol con l’Argentina | “El Mortero de Patricios”