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“El Mortero” che trasformò Parque Patricios in un poligono sentimentale e fece del gol una cosa inevitabile

Il ritratto di Herminio Masantonio, il cannone del Globo: 254 gol in 349 partite con l’Huracán, 253 reti in 358 gare di Primera (tra i massimi marcatori di sempre)

Herminio Masantonio

Herminio Masantonio

Ensenada, 5 agosto 1910

Ensenada non è un nome da copertina: è un luogo da fatica. Provincia portuale, aria dura, spalle larghe. Herminio Masantonio nasce lì, il 5 agosto 1910, e già questa prima riga sembra spiegare il suo destino: un centravanti che non avrebbe mai avuto bisogno di ornamenti.
Prima del grande calcio c’è la trafila vera, quella che non fa rumore: Sportivo Villa Albino, leghe locali, campi irregolari, palloni che rimbalzano male. Aveva anche un’altra tentazione addosso — la boxe — come se il corpo volesse scegliere da solo in che modo farsi rispettare. Poi arriva Huracán, e lì capiscono subito che quel ragazzo non era nato per schivare: era nato per colpire.

Il soprannome che pesa come un colpo: “El Mortero”

A Parque Patricios non regalano i soprannomi: li assegnano quando sei inconfondibile. Masantonio diventa “El Mortero”, il mortaio. Non perché fosse solo forte: perché il suo gol sembrava arrivare con lo stesso suono di una cosa che cade pesante e non lascia discussione. Attorno a lui nasce perfino un tango, “El Mortero del Globito”, come se il quartiere avesse bisogno di una musica per raccontare quel tipo di tiro.
Il bello, con Masantonio, è che non stai parlando di un attaccante “da una stagione”. Stai parlando di uno che ha trasformato la porta in una pratica quotidiana, quasi un mestiere pubblico.

Huracán: 349 partite, 254 gol, e la fede che impara il suo linguaggio

Con l’Huracán gioca quasi tutta la carriera. E i numeri, qui, non sono cronaca: sono architettura. 349 presenze e 254 gol con il Globo, record di miglior marcatore del club.
Ci sono goleador che “passano”. Masantonio resta. Resta così tanto che a un certo punto non è più un calciatore: è una misura. Una scala interna con cui i tifosi giudicano tutto ciò che viene dopo.

E mentre lui segna, il campionato argentino cambia pelle, diventa più organizzato, più competitivo, più “serio”. Lui resta uguale: stesso istinto, stessa ferocia, stessa capacità di trovare la porta anche quando la partita diventa sporca, quando il terreno ti ruba il passo e il pallone ti tradisce.

253 gol in Primera: quando contare non basta più

Fuori dal recinto del club, Masantonio è indicato anche come terzo miglior marcatore di sempre della Primera División con 253 gol in 358 partite.
È un dato che fa una cosa precisa: separa i grandi dagli irripetibili. Perché 253 non è “tanto”: è un paesaggio. È una lunga permanenza nel punto più difficile del calcio, quello in cui il gol smette di essere fortuna e diventa responsabilità.

Eppure c’è un dettaglio ancora più rivelatore: non fu mai capocannoniere di una singola stagione.
Cioè: non vinse il titolo del “migliore” nell’anno X, ma rimase costantemente tra i migliori abbastanza a lungo da diventare storia. È una forma di grandezza più severa: meno brillante, più definitiva.

L’Argentina: 19 partite, 21 gol, e un rapporto che sembra sbagliato

In Nazionale ha un dato che quasi non sembra vero: 19 presenze, 21 gol.
Non è un capitolo lungo, è un capitolo densissimo. Masantonio entra e segna. Come se l’azzurro non fosse un salto di livello ma soltanto un’altra porta su cui lavorare.

E poi c’è il suo modo di diventare leggenda anche nelle competizioni sudamericane: è capocannoniere del Sudamericano (Copa América) nel 1935 e nel 1942, e in totale segna 11 gol in quella manifestazione.
Sono tornei che non ti concedono giornate facili, e proprio per questo contano: lì si vede chi è davvero centravanti e chi è solo un buon finalizzatore di club.

Ventitré secondi: il gol più veloce e la crudeltà del tempo

L’Italia direbbe “gol lampo”. L’Argentina, con Masantonio, può dire una cosa più precisa: secondo le ricostruzioni riportate dalle fonti italiane, segnò dopo 23 secondi in una partita della Copa Lipton contro l’Uruguay (11 novembre 1937).
Ventitré secondi non sono un episodio: sono un manifesto. Significa che il centravanti era già pronto prima ancora che la partita cominciasse davvero. Che il suo mestiere non era aspettare: era colpire.

L’ultimo tratto: il giro largo e il ritorno a casa

Nel 1943 se ne va per un anno al Defensor in Uruguay, poi rientra e passa anche da Banfield, e infine torna ancora all’Huracán per un’ultima stagione.
È una chiusura da uomo d’epoca: anche quando si sposta, il suo baricentro resta sempre lì, nel quartiere che lo aveva adottato come un simbolo.

11 settembre 1956: la fine troppo presto e la memoria che resta davanti alla sede

Muore di cancro l’11 settembre 1956, a 46 anni.
E il resto è memoria concreta: tributi, monumento, strada col suo nome a Parque Patricios.
Perché Masantonio non è rimasto in vita nei montaggi: è rimasto nei luoghi. Nel linguaggio dei tifosi. Nel modo in cui un quartiere racconta ancora oggi la differenza tra “un gol” e “il gol di uno che era inevitabile”.

HERMINIO MASANTONIO
254 gol con l’Huracán | 253 gol in Primera | 19 presenze, 21 gol con l’Argentina | “El Mortero de Patricios”

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