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Long John: dal marmo di Carrara alla Lazio quando un bomber diventa un personaggio più grande dei suoi gol

Il ritratto di Giorgio Chinaglia, capo emotivo di una squadra piena di nervi, e poi re lontano, a New York

Giorgio Chinaglia

Giorgio Chinaglia

Carrara, 24 gennaio 1947: un carattere prima di un centravanti

Carrara non è solo marmo: è la pazienza di chi taglia la pietra e la rende forma. Giorgio Chinaglia nasce qui, il 24 gennaio 1947, e si porta addosso fin da subito una cosa che nel calcio vale più di tante qualità tecniche: la sensazione di non voler mai essere “uno qualunque”.
Prima ancora del pallone, c’è il temperamento. E il temperamento, con lui, è un motore che non gira piano: pretende spazio, attenzione e che la partita lo riconosca e si apra davanti alla sua potenza.

Il Galles: crescere altrove, tornare diverso

Chinaglia diventa gallese d’adozione. Da ragazzo si sposta in Galles e entra nel mondo dello Swansea City: un calcio duro, umido, fisico, dove esisti con muscoli di marmo e volontà di ferro.
Questa parte è fondamentale per capirlo perché gli crea addosso un’impronta doppia: l’italiano che sente la fame di casa e, insieme, l’uomo che ha imparato lontano la disciplina dello spogliatoio e la crudeltà del campo.

Quando rientra in Italia, non arriva già pronto per la ribalta. Passa dalla Serie C, prima con la Massese e poi con l’Internapoli. È una gavetta vera, non romantica: giorni ripetuti, campi che non perdonano, partite dove il centravanti impara a farsi servire anche quando non gli arriva niente di pulito. È lì che costruisce il suo tratto più riconoscibile: la convinzione ostinata di poter essere decisivo.

La Lazio: una tribù che prende forma attorno a un fuoco

L’esordio in Serie A arriva con la Lazio nel 1969. E la Lazio, in quegli anni, non è una squadra “facile”: è un organismo in costruzione, pieno di energie e contraddizioni.
Poi arriva Tommaso Maestrelli nel 1971, e tutto cambia. Maestrelli non mette solo ordine tattico: costruisce un clima, un patto, una tribù. In quel clima Chinaglia diventa il capo emotivo. Non necessariamente il più “comodo”, non sempre il più gestibile. Ma quello attorno a cui la domenica si carica di corrente.

È qui che nasce davvero Long John: un soprannome che non è solo un modo di dire folkloristico, ma scolpisce perfettamente il personaggio, con un tocco tra il piratesco e l'esotico. “Lungo” per presenza quasi ingombrante ed esplosiva, “John” per quella parte straniera che si porta dietro e soprattutto per un modo di stare in campo che sembra dire sempre la stessa cosa: io ci sono, e adesso vediamo chi mi si para davanti.

La risalita e la fame: quando il gol non è ancora gloria, è necessità

Prima dello scudetto c’è una stagione di Serie B che funziona come una prova di identità. Chinaglia diventa capocannoniere della Serie B 1971-72 con 21 gol: un titolo che non ha niente di estetico, ma diventa un certificato, una presentazione, una promessa. Significa che è pronto a trascinare, che può essere la punta di una risalita, che la rete da gonfiare quasi stracciare sotto i suoi colpi non gli pesa addosso come un obbligo ma come un’abitudine.

In quegli anni c’è anche un dettaglio che racconta bene il personaggio: la Coppa delle Alpi 1971, in cui risulta capocannoniere con 7 gol. Non è un trofeo “mitologico”, ma è una di quelle competizioni che, in un calcio ancora meno globalizzato, servivano a dare spessore europeo e carattere internazionale. Chinaglia, dovunque lo metti, finisce per misurarsi col gol.

1973: Wembley e l’idea che l’Italia possa cambiare tono

Il 14 novembre 1973 l’Italia vince per la prima volta a Wembley. È una data che resta perché non è solo una partita: è un segnale. Chinaglia è tra i protagonisti di quella vittoria. E questa riga conta perché racconta una cosa: non era solo un centravanti “di club”. Era uno che, quando la partita si alzava di prestigio, non diventava piccolo.

1974: lo scudetto come questione personale

Poi arriva il 1973-74. La Lazio vince il suo primo scudetto e Chinaglia fa la cosa che definisce i grandi centravanti: si prende la responsabilità numerica del sogno. Chiude la stagione da capocannoniere della Serie A con 24 gol.
Qui si può raccontarlo in mille modi, ma quello giusto è uno: quella Lazio era una squadra con nervi scoperti, una squadra che viveva spesso sul bordo, una squadra che sembrava più un gruppo umano che un progetto aziendale. E in una squadra così, il centravanti diventa un punto di verità. Chinaglia lo fu.
Segnava con una prepotenza “semplice”: non era l’arte di abbellire, era l’arte di chiudere. E quando chiudi spesso, finisci per comandare.

L’azzurro difficile: talento, attrito, televisione

Con la Nazionale, Chinaglia ha un capitolo breve e nervoso: 14 presenze e 4 gol.
E soprattutto ha un episodio che racconta il personaggio meglio di qualsiasi aggettivo: ai Mondiali 1974 si ribella in diretta al commissario tecnico Valcareggi.
Qui non serve giudicare. Serve capire: Chinaglia non è mai stato un calciatore “di cornice”. Era un uomo che, anche quando avrebbe dovuto essere parte ordinata del quadro, finiva per diventare il quadro che si muove.

La fuga in avanti: New York e il gol come spettacolo permanente

Nel 1976 attraversa l’Atlantico e va ai New York Cosmos. E all'ombra della Statua della Libertà si ritaglia e costruisce una seconda luminosa vita calcistica.
In otto stagioni con i Cosmos segna 242 gol in 254 partite NASL e vince quattro titoli (1977, 1978, 1980, 1982). Diventa il miglior marcatore della storia della NASL, e nel 1981 viene anche premiato come MVP della lega.

Qui succede una cosa interessante: in Italia Chinaglia era un personaggio divisivo, gigantesco, spesso scomodo. A New York diventa una certezza scenica. Non solo perché segna. Perché in una lega che voleva essere credibile aveva bisogno di un uomo che la prendesse sul serio come se fosse Serie A. Chinaglia lo fece. E, facendolo, trasformò la NASL in una pagina vera della sua biografia, non in un poster.

L’uomo che costringeva tutti a scegliere

Giorgio Chinaglia muore nel 2012 a Naples, Florida. Ma la sua figura non “finisce” con una data, perché è fatta di una materia che dura: la materia dei personaggi che obbligano il pubblico a prendere posizione.
Per alcuni è stato eccesso. Per altri è stato coraggio. Per molti è stato semplicemente inevitabile.

E forse il modo più pulito per lasciarlo andare è questo: non era solo un bomber che segnava, era un uomo che trasformava ogni gol in una dichiarazione.

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