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Serie A

Ben 168 gol in Serie A ma appena 4 partite in Nazionale: ecco perchè Savoldi giocò poco in azzurro

Un bomber che costò due miliardi ma che fu protagonista di un paradosso: viaggio dentro un’epoca spietata per i centravanti italiani

NAPOLI SERIE A - GIUSEPPE SAVOLDI

Giuseppe Savoldi, scomparso a 79 anni giovedì 26, debuttò con la maglia dell'Italia nel post Mondiali 1974 ma fu impiegato solo 4 volte

La cartolina è in bianco e nero, ma l’immagine resta nitida: 30 dicembre 1975, Firenze, Stadio Comunale, amichevole Italia–Grecia. Il pubblico trattiene il fiato quando Beppe Savoldi appoggia il pallone sul dischetto. Il suo destro è secco, chirurgico: rete. Quel rigore vale il primo e unico gol con la Nazionale maggiore per un attaccante capace di costare al Napoli la cifra-monstre di circa 2 miliardi di lire nell’estate del 1975, guadagnandosi il soprannome destinato a entrare nel lessico del pallone: «Mister 2 miliardi». Oggi che Savoldi se n’è andato a 79 anni il paradosso risuona più forte: come mai un centravanti completo, temutissimo in Serie A, ha messo insieme soltanto 4 presenze in Azzurro? L’angolazione è inevitabile: scavare nella geografia tecnica degli anni ’70, capire chi fossero i concorrenti, come funzionassero le scelte dei commissari tecnici, dove si sia arenata la corsa di un goleador rimasto simbolo del nostro campionato con 168 reti in Serie A e 3 Coppe Italia in bacheca (due col Bologna e una col Napoli), ma appena una manciata di occasioni con l’Italia.

IL CONTESTO: UN DECENNIO AFFOLLATISSIMO DI GOLEADOR
Se c’è un’epoca ingrata per ambire alla maglia numero 9 dell’Italia, sono proprio i primi e medi anni ’70. Davanti a Savoldi si staglia la sagoma del totem: Gigi Riva. «Rombo di Tuono», cannoniere implacabile del Cagliari, è il marcatore principe della storia azzurra con 42 gol, aura carismatica e maglia praticamente prenotata fino ai problemi fisici che ne limitano l’ultima parte di carriera. Accanto a lui, spesso in alternanza o in coppia, agiscono centravanti di statura internazionale: Roberto Boninsegna (apice tra 1971 e 1973, mattatore in Serie A e con l’Inter, poi alla Juventus), Giorgio Chinaglia (leader della Lazio campione nel 1974), Pietro Anastasi (titolo europeo 1968, 25 presenze e 8 reti in Nazionale). Nella seconda metà del decennio arrivano poi la potenza verticale dei «Gemelli del gol» del Torino, Paolo Pulici e Francesco Graziani, quest’ultimo chiuderà a 64 presenze e 23 gol con l’Italia, e, sul finire, la nuova stella Roberto Bettega e l’astro nascente Paolo Rossi, che nel 1978 brilla già a livello internazionale.

LE DATE CHIAVE: DEBUTTO, GOL E TRAMONTO IN AZZURRO
1) 8 giugno 1975: esordio in URSS–Italia 1-0, nella Mosca del rinnovamento sovietico. Per Savoldi è la prima delle sue 4 presenze. Il CT è Enzo Bearzot, appena entrato in cabina di regia dopo il breve «duumvirato» con Fulvio Bernardini a seguito del Mondiale 1974. 2) 30 dicembre 1975: Italia–Grecia 3-2 a Firenze. Savoldi realizza su rigore il suo unico gol in Nazionale, in uno stadio che diventa cornice di un istante da album. 3) Tra 1976 e 1977 arrivano convocazioni e apparizioni alternate; nel 1978 partecipa a raduni e pre-convocazioni in vista del Mondiale d’Argentina, ma resta fuori dall’elenco definitivo, mentre in Azzurro si consolidano Bettega, Graziani, Pulici e irrompe Paolo Rossi. I numeri sono implacabili: 4 presenze, 1 gol, tutti nel triennio 1975–1977. Eppure, nello stesso arco temporale, «Mister 2 miliardi» è protagonista assoluto ai club: arriva al Napoli e vince la Coppa Italia il 29 giugno 1976 travolgendo in finale il Verona per 4-0 con una sua doppietta; firma momenti epici come il 5-0 alla Juventus in Coppa Italia il 14 maggio 1978 (quaterna) e colleziona, in azzurro partenopeo, 77 gol in 165 presenze tra tutte le competizioni.

LA CONCORRENZA: GERARCHIE STRETTE, FINESTRE STRETTISSIME
Mettiamoci nei panni dei CT. A cavallo tra 1970 e 1978 la rosa dei centravanti italiani è una miniera. Valcareggi preferisce affidabilità e conoscenze consolidate (basti pensare alla gestione di Riva e Boninsegna), mentre Bearzot, dal 1975, spinge su un’idea moderna, quasi «europea», fatta di blocchi di club e automatismi: nel 1978 porta al Mondiale addirittura un blocco Juventus di 9 giocatori, inserendo al centro della sua idea offensiva Bettega e Rossi, con Graziani e Pulici nel ventaglio delle scelte. In quel mosaico, Savoldi resta «prima alternativa» più che «titolarissimo», sacrificato da equilibri oliati e da una concorrenza spietata.

LE SCELTE TATTICHE: QUEL RIGORE A FIRENZE RESTA UN UNICUM
Nelle partite-chiave degli anni ’75–’78, Bearzot si affida a strutture con Bettega «regista offensivo» e «spalla» capace di scambiare con interni e ali, oppure a coppie più verticali in cui il lavoro senza palla diventa essenziale. Savoldi è fortissimo nella rifinitura corta e, soprattutto, in area piccola: colpo di testa, tempo d’anticipo, attacco al primo palo, istinto da «rapace» moderno ante litteram. Ma il CT punta su un profilo con più «filo» nel legare 30-35 metri di campo, soprattutto in gare internazionali dove l’Italia cerca di alzare il baricentro senza perdere coperture. È un tema di dettagli, non di valore assoluto: in contesti diversi, Savoldi avrebbe avuto più spazio. In quel contesto, no. C’è poi un fattore «sistemico»: a cavallo del Mondiale 1978, Bearzot costruisce un’identità di gruppo molto marcata, con forte continuità di convocazioni e l’idea che la conoscenza reciproca, spesso agevolata dal «blocco di club», valga quasi quanto il talento individuale. In una Nazionale che punta a tornare ai vertici, i margini per esperimenti o rotazioni attorno al centravanti sono ridotti all’osso.

EPILOGO: L'ULTIMO SALUTO E CIÒ CHE RESTA
Il 26 marzo 2026, a 79 anni, Beppe Savoldi ha salutato il suo calcio e i suoi tifosi. L’hanno ricordato il Napoli, il Bologna, la sua Bergamo, e un pezzo grande di Serie A che in lui rivede la frontiera tra il pallone artigianale e quello che stava per diventare industria, tra lo stadio popolare e la vetrina globale. «Mister 2 miliardi» non è una cifra: è una biografia. In Nazionale il destino gli ha concesso quattro sere; nel nostro immaginario, il posto accanto ai bomber che hanno scritto gli anni ’70 è suo, per sempre.

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